Aiutare le persone a giocare di meno si può. Basta volerlo. Ma l’industria del settore ha bisogno di chi soffre di disturbo da gioco d’azzardo.

Tra il 2014 e il 2019, il fatturato del gioco d’azzardo in Italia è passato da 84,5 a 110,5 miliardi di euro. Una crescita del 30%! Tra i dati, emerge che un esiguo numero di persone soffre di una vera e propria malattia: il disturbo da gioco d’azzardo. A ben vedere, l’industria dell’azzardo proprio su di loro fa la sua fortuna. E, allora, non si può parlare di effetto “collaterale”. Ma dietro i numeri, ci sono tante storie drammatiche – personali e familiari – che parlano di rovina, di criminalità, di vergogna, ma anche della progressiva quanto subdola instillazione della “cultura del gioco d’azzardo” in atto da decenni nel nostro Paese. Eppure durante il lockdown l’industria dell’azzardo, inevitabilmente, si era fermata: l’aspetto più interessante è che i giocatori, in un ambiente “azzardo free”, non sono andati in astinenza, anzi, sono stati bene.

Ci sono malattie universalmente riconosciute come tali: pensiamo ai tumori. E mali che restano nell’ombra, un po’ per la vergogna di chi è “malato” e un po’ perché fa comodo, a certi settori della società, non vedere. A questa categoria possiamo ascrivere i giocatori d’azzardo patologico, troppe volte causa della propria rovina e della loro famiglia. Ma l’azzardo ha risvolti anche sociali pesanti. Tra il 2014 e il 2019, il fatturato del gioco d’azzardo in Italia è passato da 84,5 a 110,5 miliardi di euro. Una crescita del 30%, che sembra inarrestabile, anche per la progressiva quanto subdola instillazione della “cultura del gioco d’azzardo” in atto da decenni nel nostro Paese.

Sono numerosi i fattori che rendono l’azzardo così ricercato e popolare: la speranza di un guadagno facile, di cambiare la propria vita, di riscatto sociale, ma soprattutto le forti emozioni (connesse al rischio), che da molte persone sono percepite come particolarmente piacevoli e stimolanti. Per curare una Dipendenza da Gioco, per nulla semplice e per garantirsi un recupero progressivo di una buona qualità della vita, devo: -Conoscere le caratteristiche di questa patologia: come si sviluppa, cosa determina, come si automantiene; – Riconoscere di esserne affetti (“non ho il vizio del gioco, ma sono un giocatore patologico”); -Iniziare a sentire il bisogno di interrompere il circolo vizioso, cioè devo iniziare a sentire il timore che se non lo facessi ne pagherei delle conseguenze gravi (divorzio, perdita del lavoro, cronica condizione stressante, rovina economica, ecc.); -Affidarmi alle cure di un centro o di uno specialista di cui mi fido e perciò mi affido, lavorando con lui e la mia famiglia a carte scoperte; -Innalzare una serie di barriere difensive, che si frappongano fra l’impulso di giocare e la possibilità di giocare, perché “l’impulso è più forte di me e della mia volontà”; -Iniziare a cambiare il mio stile di vita se voglio progressivamente diminuire il rischio di ricaduta (cambiare le abitudini, non entrare in locali dove si possa giocare, occupare il tempo libero con attività gratificanti, affrontare i problemi, ecc.); -Mantenere nel tempo, lavorando giorno per giorno, la mia motivazione alla cura, evitando di costruire per poi distruggere i risultati con una ricaduta.

Accanto agli strumenti comportamentali (gestione del denaro, del tempo libero, dei debiti, ecc), uno degli interventi riconosciuti a livello internazionale come fra i più efficaci nel trattamento di una Dipendenza da Gioco è la Psicoterapia di Gruppo, anche nella versione più semplice dei Gruppi di Auto-Aiuto.

(citazioni: Gigliola Alfano, servizio informazione religiosa; dr- Stefano Oliva , medico chirurgo, specialista in psichiatria – psicoterapia)

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