ALLA SCOPERTA DEL TERRITORIO SIDICINO: IL SAVONE DELLE FERRIERE

Quando si parla del vasto territorio sidicino (che, ricordiamo, misura 89,43 km2) non si può non far riferimento al Savone delle Ferriere. Il Savone è “il fiume di Teano”.

In un precedente articolo dedicato ai borghi di Teano, abbiamo tracciato un breve excursus geografico, antropologico e archeologico sulla Frazione Furnolo (https://caritasdiocesanateano-calvi.it/i-borghi-di-teano-furnolo/); in realtà, le righe che seguono, rappresentano una naturale continuazione di quel lavoro.  Poiché il Savone delle Ferriere, ha il suo “epicentro”, sia storico-culturale ma anche estetico, sotto certi aspetti (a Furnolo, in prossimità del “Vecchio Mulino”, la vegetazione intorno al Savone assume delle tonalità quasi “amazzoniche”), proprio nella sua variante “furnolese”.

Il Savone nasce dalla caldera del vulcano di Roccamonfina. In tempi antichi, lungo il suo corso, sorsero diversi opifici, tra i quali, uno proprio a Furnolo: il mulino di Boccaladroni e la ferriera delle Gomite. In epoca più recente, il celebre mulino di Boccaladroni fu adibito a ristorante/pizzeria (“il Vecchio Mulino”), purtroppo chiuso diversi anni orsono a causa della crisi economica.

La ferriera delle Gomite fu realizzata con lo scopo di sfruttare l’energia idraulica del Savone per costruire utensili e attrezzi agricoli. Una minidiga a due “bocche” era in grado di convogliare l’acqua del fiume verso un canale: una parte d’acqua era versata su una grande pietra convessa formando, così, un vortice d’aria in grado di alimentare dei forni che fondevano il ferro. Poi c’era una ruota dentata che attivava dei magli la cui funzione era quella di modellare il metallo (i magli erano di legno e colpivano il massello ferroso centosessanta volte al minuto!). In ferriera si lavorava ventiquattrore su ventiquattro e, in essa, erano impegnati tagliaboschi, riscaldatori, tornitori, battitori, oltre a questi, ci si serviva anche della collaborazione esterna di esperti carbonai e mulattieri. Tutto ciò accadeva dalla prima metà del XIX° secolo perché, quest’opera, fu costruita già nel 1830.

Purtroppo, questo capolavoro tecnologico (per quei tempi, ovviamente) sidicino, chiuse i battenti in maniera tragica; nel 1962 ci fu un’alluvione devastante che portò alla morte di un operaio e causò danni irreversibili a tutto l’impianto. A tal proposito così scriveva Lucio Salvi in La ferriera delle Gomite di Teano: “Cessarono di battere i colpi ritmici e possenti del maglio, uditi a distanza e paragonabili ai palpiti del cuore pulsante di vita. Si spense, così, questa antichissima arte del fuoco detta anche arte di Caino e Abele”.

È giusto, quando si affrontano tali argomenti, che la “fredda” indagine storica s’intersechi con la narrazione aulica e quindi, in quest’ottica,  lasciamo la descrizione del Savone delle Ferriere al lirismo del compianto Prof. Claudio Cipriano (Teano 1938, ivi 2000) che al territorio sidicino dedicò tanti lavori:

“Nasce tra i boschi di Roccamonfina questo fiume, nel cui remoto etimo sembra risuonare il gorgoglìo possente delle sue acque che si frangono contro la dura pietra del fondale, splendido e sinuoso, che corre alle Gomite, là sovrastato dai basalti di Monte Lucno e Pendina, ove il suo fecondo corso alimentava le scomparse turbine della prima centrale elettrica (infatti non tutti sanno che Teano fu una delle prime città d’Italia ad avere l’impianto d’illuminazione elettrica; già nel 1895, costruito dall’impresa Moretti e poi perfezionato dalla ditta Palestini) – NDR).  Ma molti altri opifici, più a valle attendevano la sua offerta” (Claudio Cipriano, Sidicina Aequora, Teano, 1993).

“Più avanti (continua Cipriano), possenti castagni protendono la poderosa impalcatura, mentre le sponde sono ingentilite da multiformi ninfee. Con un salto netto (il Savone – NDR) piomba verso la sottostante sorgente d’acqua ferruginosa, nunzia di quella polla carboniosa, i cui neri residui ricoprono di luccicante patina le foglie ed i rami in essa ricaduti. Stretta tra due pareti di roccia celate dalle selve di castagno, una rudimentale diga di sassi e felci riusciva a creare una piscina sufficiente ad accogliere le prime annaspanti bracciate di generazioni di fanciulli, che qui, tra la natura più bella e pura, venivano a stemperare le loro membra dell’arsura estiva” (Claudio Cipriano, Sidicina Aequora, cit.).  

Lungo il suo corso, “le acque sono ingiallite dai fanghi ferruginosi delle Caldarelle (tra i numerosi doni di cui la natura volle beneficiare la fertile terra sidicina, un posto di rilievo hanno sempre occupato le su acque minerali. Alle ‘Caldarelle’ di Teano s’interessarono diversi studiosi, i quali, rilevarono in esse, presenza di manganese e di litio al punto d’esser annoverate tra le acque maggiormente ferruginose. Nel corso degli anni studi ampiamente documentati dalla letteratura scientifica, impossibili da condensare in quest’articolo, ne evidenziarono particolari benefici per diversi malanni – NDR), mentre presso il Ponte degli Svizzeri (si chiama così perché nelle sue vicinanze sorgeva un molino-pastificio impiantato dalla famiglia svizzera Dupont – NDR), il ‘muliniello’ (in riferimento sempre al molino-pastificio – NDR), attivo fino a qualche anno fa, trasformava in candida, fragrante farina le messi dorate” (Claudio Cipriano, Sidicina Aequora, cit.).

Da grande studioso di Publio Virgilio Marone, (il cantore del Padre Tirreno, mare in cui anche il nostro Savone conclude la sua corsa), Claudio Cipriano aveva una totale infatuazione rispetto alle tematiche bucoliche e da questi luoghi trovava la giusta ispirazione per dare slancio alla sua creatività letteraria. Tuttavia, ogni spiegazione concettuale pur nella più riuscita trasposizione artistica, non rende l’idea dell’impatto estetico che il Savone, non solo nella sua variante “furnolese” ma in tutto il suo percorso, riesce a dare.

Il nostro invito, espresso anche negli altri articoli dedicati al territorio sidicino, è sempre quello di venire a visitare questi luoghi, a chi è ad essi estraneo. Chi tali posti li abita, o ne è andato via per necessità, ne sia sempre portatore d’orgoglio e senso d’appartenenza poiché ne ha ben donde.

Lungo il suo corso, “il fiume di Teano”, va a costeggiare anche luoghi di culto. La chiesa di San Paride ad Fontem, è costruita proprio a pochi metri dal Savone e si colloca nel territorio di Teano Scalo. Essa sorge su strutture romane, visibili, in parte, nelle vicinanze. Di fondamentale importanza è il fatto che risulta essere la più antica della Diocesi. Costruita a tre navate, ha la porta centrale rivolta verso oriente; la navata centrale è molto slanciata mentre quelle laterali sono molto più basse. Più volte distrutta ma sempre ricostruita, è stata riaperta al culto da circa due decenni. Sin dai tempi antichi questa chiesa fu venerata dai fedeli, i quali si recavano numerosi a bere le acque “prodigiose” (di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenza e, per chi volesse approfondire ancor di più l’argomento, invitiamo alla lettura dell’opera di Claudio Cipriano Sidicina Aequora, Teano, 1993) e a domandare grazie. Fu sede, addirittura, dell’antica Commenda Teanese dell’Ordine di Malta fino alla soppressione napoleonica.

Basilica di S. Paride ad Fontem
Basilica di S. Paride ad Fontem – Cripta

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