DON LORENZO MILANI: UNA FIGURA SEMPRE ATTUALE (di Antonio Picozzi – equipe caritas diocesana)

Anno 1943, siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, alla vigilia dell’otto settembre, data fatidica per il nostro paese. Lorenzo Milani ha 19 anni, viene da una famiglia dell’alta borghesia fiorentina, il suo ambiente è colto e raffinato ma laico soprattutto. Tra i suoi innumerevoli interessi c’ è quello per la pittura; anni dopo, a tale proposito, avrà modo di dire: “Il maestro mi parlava della necessità di cercare sempre l’essenziale, di vedere le cose nella loro unità, dove ogni parte dipende dall’altra, ma a me non bastava cercare questi rapporti tra i colori, piuttosto ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo ed ho scelto un’altra strada” (Don Lorenzo Milani, ricostruzione biografica, archivio RaiPlay.it) .

Fu così, infatti, che affrescando una cappella sconsacrata lui trova la vocazione. Nei momenti di riposo sfogliando un vecchio messale, scopre il Vangelo. È la rivelazione di una fede semplice ed essenziale: “La religione consiste principalmente nell’osservare i 10 Comandamenti e andarsi a confessare subito quando non si sono osservati” (Don Lorenzo Milani, cit.).

I confratelli, che ebbero la fortuna di conoscerlo negli anni del seminario (iniziato nel novembre del ’43), ricordano che più che una sobrietà di vita consona alla strada che aveva intrapreso, egli ricercasse, soprattutto, una povertà francescana: “Non volle il letto ma una branda e, non solo; le scarpe se le costruì da solo ricavandole da un fascione (copertone, NDR) di motocicletta, applicando poi ad esse dei legacci” (Cardinale Silvano Piovanelli, compagno di seminario di Don Milani, Intervista, archivio RaiPlay.it).   Terminato il seminario, nominato cappellano, il suo “esordio” fu la parrocchia di San Donato di Calenzano (sull’Appennino Toscano, alle porte di Firenze). Lui di estrazione alto borghese, si ritrovò in zone rurali molto arretrate; i suoi parrocchiani erano soprattutto braccianti agricoli, pastori e operai. Fu qui che Don Milani ebbe l’intuizione che caratterizzò l’intera sua esistenza; prima che sacerdote egli doveva essere maestro. Prima della Catechesi, prima dell’esercizio del suo Ministero Presbiterale, prima di far sì che queste persone si recassero in chiesa la domenica, egli decise di occuparsi del loro essere analfabeti e, soprattutto, della loro povertà; tutte cose che lo Stato aveva colpevolmente tralasciato. Era un’attività, per lui, comunque strettamente connessa al ruolo di Pastore di anime: “Da bestie si può diventare uomini e da uomini si può diventare Santi, ma da bestie a Santi, d’un passo solo, non si può diventare …” (Don Lorenzo Milani, cit.).

Aveva una visione della cultura, militante, sotto certi aspetti. Era convinto che solo con l’istruzione i contadini e gli altri ceti in condizioni sociali drammatiche, potessero liberarsi dal loro essere ultimi e sfruttati. La cultura doveva aiutarli a superare la loro rassegnazione, si badi, però, il sacerdote era consapevole della loro insostituibile funzione sociale, della loro importanza, voleva appunto, che loro stessi se ne rendessero conto: “La nostra proposta più moderata sarebbe una legge così redatta: art.1 – La terra appartiene a chi ha il coraggio di coltivarla; art. 2 – Le case coloniche appartengono a chi ha il coraggio di abitarle; art.3 Il bestiame appartiene a chi ha il coraggio di pulire le stalle; art. 4 I boschi appartengono a chi ha il coraggio di vivere in montagna; bisogna recuperare anche tutte le ricchezze che per secoli son partite dalla terra verso i salotti cittadini, bisogna buttarle ai piedi dei contadini e supplicarli di perdonarci, ma anche per questo è già tardi” ( Don Lorenzo Milani, da Esperienze pastorali).

Il suo messaggio fu dirompente. Molti fedeli, o presunti tali, mossi da “benpensantismo coatto”, denunciarono il suo apostolato, visto come anomalo, per così dire. Lo si accusava di confondere le idee politiche con discorsi troppo difficili da capire, di incitare alla lotta mondana, di aver contribuito, a Firenze, alla sconfitta dei candidati dell’Azione Cattolica alle elezioni del ’53.  Nel capoluogo toscano, Arcivescovo era il Cardinale Elia Dalla Costa, che in passato lo aveva sempre protetto ma ora non aveva potuto far altro che imporgli il silenzio. La sua critica costruttiva alle istituzioni era vista come dissidenza politica e, da dissidenza politica, a dissidenza religiosa, il passo è breve. In quegli anni, per la Chiesa Italiana, la dissidenza politica era un’eresia, equiparabile alla dissidenza religiosa. Per certi versi Don Milani era troppo “avanti” per il suo tempo e, spesso, fu relegato allo stereotipo dell’eretico, cosa che gli causava una certa sofferenza, seppur mai rassegnata: “Io m’illudevo d’essere ancora un prete cattolico, ma ora che anche i preti più vicini, in perfetto accordo, m’hanno sbranato, io appaio agli occhi della gente come un prete isolato, e un prete isolato è inutile” (Don Lorenzo Milani cit.).

L’opera Esperienze pastorali (1958), di fatto, segnò la fine della sua permanenza a San Donato. Nello scritto egli ribadì le sue idee, considerate troppo progressiste, con uno stile ancor più dissacrante e provocatorio, esprimendo una critica anche al linguaggio ecclesiale che, nei confronti del sostegno agli ultimi, il più delle volte si pronunciava con voce fioca. Semplicemente egli aveva capito che il modo di rapportarsi ai ceti più umili che andava bene nell’Ottocento, era da cambiare. Nel frattempo, a Firenze, come Arcivescovo Coadiutore, era arrivato il Cardinale Ermenegildo Florit  (un uomo del Laterano, fortemente ancorato alla tradizione e alla difesa dell’Ortodossia). Il Sant’Uffizio vietò la diffusione dell’opera, poiché in essa, si sosteneva, andavano a rompersi delle consuetudini consolidate nei secoli, cosicché, la critica al giovane sacerdote diventava sempre più aspra.  Lui, a tale proposito, così ebbe modo di esprimersi: “La Santità non è così semplice come io credevo; lasciarsi calpestare può essere santo, ma nel calpestare me voi calpestate anche i miei poveri, li allontanate dalla Chiesa e da Dio. Ho lavorato alla costruzione della mia personale Santità che se anche l’avessi raggiunta, sarebbe servita solo a mettere in luce l’abiezione di una Curia che esilia i Santi, ma onora gli adulatori e le spie” (Don Lorenzo Milani, cit.).

Da San Donato, promosso Priore, fu trasferito nella sperduta Barbiana, sul Monte Giovi, tra i boschi del Mugello. “Non c’è motivo di considerarmi tarpato se m’hanno mandato quassù, la grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta ma da tutt’altre cose” (Don Lorenzo Milani, cit.), ebbe modo dire il neo Priore. Infatti, quello che all’apparenza sembrava un “confino” per limitare “l’effervescenza ecclesiale” di un prete scomodo segnò, di fatto, l’inizio della sua sempiterna leggenda pedagogica.

A Barbiana non c’era telefono, né strade asfaltate, luce e acqua corrente erano miraggi. I suoi nuovi parrocchiani erano perlopiù pastori e contadini analfabeti. Appena arrivato, quasi avesse il presagio che lì sarebbe rimasto sino alla fine dei suoi giorni, comprò una tomba nel cimitero locale. Dopodiché s’incamminò nel bosco col motivo di conoscere i suoi parrocchiani: “Questo è il mio popolo, Dio me l’ha dato e nessuno me lo leva” (Don Lorenzo Milani, cit.).

“La mia era una parrocchia di montagna, c’era una Scuola Elementare, 5 classi in un’aula sola, i ragazzi uscivano dalla Quinta quasi analfabeti ed andavano a lavorare timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di Parroco per la loro elevazione civile, non solo religiosa” (Don Lorenzo Milani, audio originale, archivio RaiPlay.it). In quella realtà desolata e desolante, per certi versi, in una semplice canonica, organizzò una Scuola la cui unicità funzionale fu, ed è ancora oggi, riconosciuta da tutto il mondo. All’inizio, per convincere le famiglie restie a mandare i figli a scuola, ricorse anche allo sciopero della fame. Erano gli anni del Boom economico, della rinascita, del progresso; tutte cose fuori, comunque, dalla realtà di Barbiana. Inizialmente i mezzi erano pochi, tuttavia anche grazie all’impegno di imprenditori illuminati come Adriano Olivetti (che regalò alla scuola dei calcolatori elettronici), si riuscì a partire. La sua idea di fondo, tuttavia,  fu il vero asse portante del “miracolo Barbiana”: non forniva insegnamento nel senso classico, il suo scopo era quello formare persone libere, pensanti, in grado di decidere autonomamente su quali fossero le strade da intraprendere, sulla base, ovviamente, delle nuove conoscenze acquisite. Si studiava 12 ore al giorno, 365 giorni l’anno, si apprendevano le lingue straniere, si organizzavano viaggi di studio/lavoro all’estero, ogni nuova conoscenza doveva necessariamente essere condivisa. Particolare importanza era data alla comunicazione. Aveva intuito che la vera ricchezza dei padroni che infierivano sui poveri lavoratori sfruttati non era tanto nei beni materiali, quando nella capacità di dominare la parola, il mezzo principale della comunicazione. Un mezzo che trasmette il pensiero ma che è anche in grado di travisarlo e di mistificarlo. Chi era in grado di comprendere l’uso e il significato delle parole aveva maggiore possibilità di scelta nella propria vita, altrimenti sarebbe stato preda di un amaro destino, e, come al solito, idee di questo tipo erano espresse, agli allievi, con la sua proverbiale crudezza, quasi spietata sotto certi aspetti: “Ogni parola che non imparate ora è una fregatura in più, un calcio in culo che prenderete domani!” (Don Lorenzo Milani, cit.). Del resto, come altri intellettuali di formazione umanistica, Don Milani era dotato di una potente armatura concettuale che gli consentiva di attaccare, reagire e contrastare nella dialettica, tuttavia, ciò che veramente lo poneva ad un livello superiore,  era la sua straordinaria adesione al linguaggio dei ceti più umili.

A Barbiana, non si faceva scuola nel senso classico, non c’erano programmi didattici, non si usava la “campanella” per separare gli insegnamenti. Allo studio teorico si accompagnava la dimensione pratica; c’era la falegnameria, l’officina, il laboratorio fotografico. Per sostenere i ragazzi nel superamento delle loro timidezze si organizzavano corsi di recitazione, accanto alla Parrocchia fu costruita una piscina, con lo scopo di aiutare quei giovani nati in montagna a superare la naturale paura dell’acqua. Ogni allievo era inquadrato come una persona nella sua completezza, l’obiettivo era quello di fornire loro una conoscenza sempre più ampia, globale, in altri termini. Ogni possibilità che l’esistenza offre, dal dipingere al nuotare, dal conoscere la musica a sciare e via dicendo, era parte integrante dell’insegnamento, in un connubio ove vita e scuola s’intersecano vicendevolmente formando la persona nella sua interezza. Il celebre motto “I care”, da sempre riconducibile alla figura di Don Milani, mutuato dalla cultura anglofona, stava a significare proprio questo, “mi importa”, “mi sta a cuore”, da un lato, in riferimento al destino individuale di ognuno, ma è da intendersi anche come “mi interessa”, interesse cioè, verso ogni forma della cultura umana.

L’esempio della Scuola di Barbiana è, per chi si occupa di pedagogia, un’icona nella storia contemporanea ma il “miracolo di Barbiana” rappresenta un unicum non riproducibile, è un racconto che si rinverdisce continuamente ed illuminerà anche la vita dei posteri, un po’ come il Vangelo, facendo, ovviamente, le debite proporzioni, ma mai potrà mai essere imitato: “I miei eroi, piccoli monaci, che sopportano senza un lamento 12 ore quotidiane, feriali e festive di insopportabile scuola, non sono affatto eroi ma piuttosto dei piccoli svogliati scansafatiche che hanno valutato che 16 ore nel bosco a badare alle pecore son peggio che 12 ore a Barbiana a prendere pedate da me! Ecco il grande segreto pedagogico del miracolo di Barbiana, ognuno vede che non ho merito alcuno, e che il segreto di Barbiana non è esportabile né a Milano, né a Firenze …” (Don Lorenzo Milani, cit.).     

Neanche a Barbiana, tuttavia, furono solo rose e fiori. In particolare, il conformismo e il benpensantismo, ideologie ontologicamente antitetiche all’attività nel mondo del Priore, ebbero ancora una volta modo di accanirsi contro di lui. Oggetto di critica aspra, feroce, scaturita addirittura in denunce penali fu l’opera Lettera ai cappellani militari. Il documento, che metteva insieme due articoli inviati dal sacerdote  (scritti con la collaborazione dei suoi ragazzi) al quotidiano Rinascita, rappresentava una netta presa di posizione contro il militarismo, spesso propugnato dai cappellani delle caserme, i quali ritenevano deprecabile la renitenza alla leva e rappresentavano la vita militare e le guerre (all’epoca in atto c’erano la guerra in Vietnam,  il conflitto Arabo-Israeliano, lo “spettro” soverchiante della Guerra Fredda e via dicendo) in  una maniera piuttosto edulcorata rispetto alla realtà fattuale. Ancora una volta la risposta di Don Milani fu dirompente: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in Italiani e stranieri, allora vi dirò che nel vostro senso io non ho Patria, e reclamo di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato e privilegiati e oppressori dall’altro, gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri …” (da Lettera ai cappellani militari).

La Lettera ai cappellani militari (1965) oggi è un classico della letteratura pacifista, ai tempi, però, fu oggetto di un lungo procedimento penale che, dopo una iniziale assoluzione, costò al Priore una condanna postuma.

È arduo condensare in poche righe il lascito che alla figura di Don Lorenzo Milani, noi tutti dobbiamo. Per chi non lo conoscesse, forse ciò che più ci dice di lui è il grande amore per la cultura e per i suoi ragazzi: “Come potevo spiegare che io i miei figlioli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo per farli crescere, per farli fruttare, per farli sbocciare. Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il Papa, e che se un rischio corro, per l’anima mia, non è certo quello di aver poco amato ma piuttosto di amare troppo” (Don Lorenzo Milani, cit.) .

“Se mandate via i poveri, la scuola non è più scuola, è un ospedale che cura i sani e respinge i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile” (da Lettera a una professoressa). Del resto, sino ad allora, alla Scuola si chiedeva di selezionare non badando alle differenze socio-individuali. Un principio che, fondamentalmente, favoriva gli abbienti ed emarginava i poveri. La Lettera a una professoressa (1967) nasce proprio contro quest’aberrazione classista. L’opera è la Summa, per così dire, del pensiero di Don Milani e dell’esperienza di Barbiana ma si configurò anche come il testamento spirituale del Priore toscano, morto appena quarantaquattrenne un mese dopo la pubblicazione del testo.

L’opera rappresentò un punto di rottura con le pratiche scolastico educative tradizionali e volte al conformismo. Favoriva, invece, processi di formazione più ampi, capaci di dar spazio al pensiero creativo divergente, allo studio critico, spesso orientato al dissenso rispetto alla visione corrente. Ci si ispirava al valore della differenza individuale. Alla base di questa differenza, ovviamente, vi erano pluralismo e alterità (in antropologia l’alterità è il diritto di essere altro). In altri termini, ciò che l’opera vuole dirci è: se sai, hai la possibilità di esprimere te stesso, se non sai sarai sempre eterodiretto,  o più prosaicamente, sfruttato.

Dopo un’uscita “tiepida”, l’opera divenne uno dei manifesti delle lotte studentesche “sessantottine”, le quali avevano proprio come obiettivo lo smascheramento delle pratiche didattiche classiste e la destrutturazione della Scuola borghese intesa, appunto, come discriminatoria e classista. Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, possiamo affermare che il movimento del ’68 “si appropriò” della Lettera a una professoressa distorcendone un po’ il messaggio, tuttavia l’opera resta una pietra miliare in termini di crescita sociale, autonomia di pensiero, emancipazione pedagogica.

Anche sul letto di una morte atroce e prematura, causa una grave malattia, le ultime parole di Don Milani furono, ancora una volta, per i suoi ragazzi: “Ho voluto più bene a voi che a Dio ma ho la speranza che Lui non stia attento a queste sottigliezze ed abbia scritto tutto al suo conto” (Don Lorenzo Milani, cit.).

Morì il 26 giugno 1967 e, volle essere seppellito con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna.    

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