DON SALVATORE MILAZZO IL POLIZIOTTO CHE DIVENNE SACERDOTE

Da quasi quattro decenni, don Salvatore Milazzo, settantatreenne, originario della Trinacria, titolare della parrocchia Santo Stefano di Aorivola (Frazione di Caianello) e, operante, nelle comunità di Magnano e Caianello Vecchio, con le sue ormai proverbiali doti di pazienza e benevolenza, esercita il suo ministero presbiterale. Nell’occasione odierna, innanzi ad una platea di giovanissimi interlocutori, alunni del progetto pedagogico della Caritas Diocesana Genitori e figli, un’icona della Sacra Famiglia, ha deciso di raccontare per sommi capi, alcune tappe del suo cammino evangelico e, soprattutto, della sua esperienza vocazionale. La storia di don Salvatore, indubbiamente, la si può definire sui generis, poco conosciuta dalle tante persone che in tanti anni hanno goduto i frutti del suo impegno presbiterale e del suo spiccato senso di umanità, e forse, anche dai suoi stessi parrocchiani. Egli, infatti, prima della vocazione era un appartenente alla Polizia di Stato, o, per meglio dire, al Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza (così era chiamata l’attuale Polizia di Stato prima della riforma del 1981 – NDR). “Il poliziotto che divenne sacerdote”, si potrebbe riassumere. In realtà questa radicale scelta di vita, come egli stesso ha avuto modo di raccontare ai suoi piccoli ed interessatissimi intervistatori ha origini e motivazioni molto più complesse. Nato in provincia di Catania, nella seconda metà degli anni ’60 si arruolò nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza. La sua prima destinazione di rilievo fu la caserma N. Bixio, sede del IV° Reparto Celere di Napoli (situato in via Monte di Dio, oggi è il 4° Reparto Mobile della Polizia di Stato). Per coloro i quali decidevano di arruolarsi nelle forze di polizia in quegli anni (definiti non a caso “anni di piombo”) il “nemico” con cui confrontarsi  non era costituito solo dalla delinquenza comune e dalla criminalità organizzata (mali endemici, tutt’oggi di drammatica attualità), vi erano, altresì, le organizzazioni terroristiche, le quali avevano fatto confluire le loro istanze politiche e ideologiche in una aberrante e sanguinosissima lotta armata. Vittime di questa efferata violenza erano (oltre, ovviamente, alla gente comune, ai sindacalisti e ai giornalisti “scomodi” per quelle ideologie eversive mortifere) soprattutto i servitori dello Stato; politici, magistrati, militari (principalmente carabinieri ma anche dell’Esercito e delle altre forze armate) funzionari e poliziotti, colleghi di Salvatore, appunto. Spesso in quegli anni si veniva uccisi solo perché si aveva il “torto” di indossare una divisa. Per i suoi giovanissimi interlocutori (alunni della scuola primaria e della secondaria di primo grado, ricordiamo), è stata anche una lezione di storia, impossibile da condensare in queste poche righe ma che l’eloquio fluente di don Salvatore ha certamente lasciato impresso nella mente dei fanciulli. Una storia scevra da toni cupi pur affrontando argomenti complessi e gravosi come quelli sopraindicati mitigata dalla dolcezza del sacerdote. La storia di un giovane poliziotto siciliano che dopo quasi quindici anni di servizio abbandonò la divisa e scelse la Via del Signore. “Per molti miei colleghi del tempo questa scelta non fu tanto compresa, dato che avevo appena vinto il concorso interno da Vice Commissario; come, rinunci a questa carriera …, mi dicevano”, come ha lui stesso dichiarato nell’incontro. In realtà, ascoltando la sua voce, si capisce che questa decisione, non fu il classico “fulmine a ciel sereno”, non v’è nella narrazione un evento significante dall’impatto decisivo nella sua scelta radicale. La vocazione fu per lui il naturale sbocco di un lungo cammino esistenziale, iniziato sin da ragazzo nella sua Sicilia. Il desiderio d’incamminarsi nell’avventura della Fede, e, la sensibilità di comprendere la chiamata del Signore, germogliarono in lui in una maniera lenta ma incessante. Come dire, dai tempi in cui indossava la divisa, già aveva capito che l’arma più potente è la forza persuasiva della Parola di Dio. Le conquiste e i successi mondani hanno una dimensione effimera e transitoria, e, quando si ha il coraggio e la determinazione di comprendere il Disegno Divino sulla propria vita, allora mettersi al servizio del Signore è l’unica cosa che conta.  Si badi, però, nella scelta vocazionale il protagonista non è il sacerdote “insignito”, il vero protagonista è lo Spirito Santo, è Lui che orienta il cuore e la mente al compimento del Disegno. Dalle parole di don Salvatore questo concetto emerge in maniera chiara ed evidente.  

Ascoltando la sua voce, si comprende anche che la figura del prete e quella del poliziotto si collocano in mondi agli antipodi solo in apparenza poiché ambedue confluiscono nella convinzione interiore di svolgere una missione che per la società cui si appartiene risulta essere utile ed insostituibile. A tal proposito la storia di don Salvatore coincide, naturalmente, con la storia delle Frazioni di Caianello Aorivola, Poza, Caianello Vecchio e Magnano (la splendida chiesetta di S. Michele Arcangelo è stata lo sfondo ove don Salvatore ha narrato la sua incredibile storia ai giovanissimi studenti interlocutori. Magnano poi ha una condizione particolare, poiché è “condivisa” nella sua amministrazione dai Comuni di Caianello e Teano); spesso si pone l’accento sulle cose negative di questi luoghi legate soprattutto alle carenze dei servizi essenziali e allo stato di abbandono in cui le amministrazioni comunali tenderebbero a relegarli, in realtà questi borghi esemplificano al meglio il fascino della tranquillità rurale, inoltre il senso d’accoglienza, l’ospitalità e il calore umano dei loro abitanti è rinomato. “Più volte m’è stato proposto di esercitare il mio ministero presbiterale come  cappellano militare nella Scuole Allievi Agenti della Polizia di Stato, in altre occasioni avrei potuto accettare incarichi in altre parrocchie ma da quando 7 lustri fa, ormai, iniziai a servire qui al fianco di don Aurelio (il compianto Monsignor Aurelio De Tora – NDR), non ho mai voluto lasciare questi luoghi, mi ricordano, sotto certi aspetti, la mia Sicilia”, ha detto don Salvatore.

Per i giovanissimi alunni del progetto Genitori e figli, un’icona della Sacra Famiglia, certamente quest’esperienza a Magnano è stata interessante e formativa. In questo senso le doti pedagogiche di Don Salvatore (affinate anche nei tanti anni da Educatore presso la “Piccola Casetta di Nazareth” a Pietravairano) hanno consentito di affrontare anche argomenti scolastici. Da molti anni don Salvatore è anche un fervente studioso della Divina Commedia e cultore di Dante (in diverse occasioni ha tenuto delle Lecturae Dantis riservate soprattutto a platee di giovani, sempre stimolando commenti e riflessioni sulle problematiche poste dal poeta nei canti che costituiscono l’opera). In particolare ha sottolineato l’attualità dell’opera dantesca nonostante abbia settecento anni. Come dire, Dante parla dell’Uomo e chi lo legge, vi si ritrova, poiché nella sua componente emozionale ed esistenziale l’Uomo è sempre lo stesso (è contemporaneo di se stesso nel Bene e nel Male) anche dopo settecento anni. Questo in sintesi dalle sue parole sull’argomento.    

Che la Divina Provvidenza ci preservi ancora per tanti anni la figura di don Salvatore e del suo esempio soprattutto, il nostro territorio troppo spesso rassegnato e carente di motivazioni etiche ne ha un bisogno imprescindibile.