Giorno della Memoria, Edith Bruck: cercare la luce senza dimenticare il buio

Tredici anni. Quando la vita esplode dentro, la voce cambia e gli occhi cercano tinte nuove, ancora inesplorate, il suo percorso toccò invece il punto più basso. Il dolore più atroce, quello della prigionia e della morte, violenta, insensata dei suoi affetti più cari a cominciare dai genitori. Edith Bruck, 90 anni, ungherese naturalizzata italiana, aveva solo 13 anni quando fu deportata ad Auschwitz e poi in altri sei campi di concentramento. L’ultimo, Bergen-Belsen, fu quello della sua liberazione. Era l’aprile del 1945. Un anno prigioniera, assieme alla sua famiglia. Tornerà con lei solo una sorella. 

L’arrivo in Italia 

La giovane Edith Bruck rientra così in Ungheria, a maggio compie 14 anni. La povertà, il lutto le impediranno però di restare a casa. Cecoslovacchia prima, Israele poi sono i Paesi dove si reca alla ricerca di una vita nuova, della serenità. Desiderosa di pace. Si fermerà in Italia, a Roma, solo nel 1954. La città dove ancora oggi risiede. La sua casa romana, dove Papa Francesco è andato a trovarla a sorpresa poco meno di un anno fa, lo scorso febbraio. L’abbraccio, le lacrime e un dialogo che, confida, non si è più interrotto da allora. Scrittrice, poetessa, regista. Il suo amore per la scrittura l’accompagna di decennio in decennio. “Continuerò a scrivere finché sarò viva”, dice alla vigilia del 27 gennaio, Giorno della Memoria.

La scrittrice sopravvissuta ad Auschwitz ricorda ai nostri microfoni l’indicibile esperienza provata nei campi di concentramento, sottolineando come per troppo tempo e ancora oggi in tanti non riconoscano in modo compiuto il dramma della Shoah. Edith Bruck parla poi di giovani e anziani, dell’importanza della scrittura e lancia un messaggio ai giornalisti: raccontate anche ciò che di buono accade ogni giorno nel mondo

Andrea De Angelis – Città del Vaticano 

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