GIOVANNI PALATUCCI, “IL POLIZIOTTO GIUSTO” NELL’ORRORE DELL’OLOCAUSTO

Anno 1945, campo di concentramento di Dachau, 10 febbraio. Tra le tante vittime giornaliere in uno di quei tanti inferni terreni quali erano i campi di sterminio nazisti, vi era anche quella di un giovane uomo appena trentaseienne. Non solo la sua morte, anche il suo stesso internamento, era ignoto alla famiglia e agli amici. La Seconda Guerra Mondiale volgeva al termine, di lì a poche settimane il campo di Dachau sarebbe stato liberato dalle Divisioni di fanteria statunitensi. Un destino beffardo oltreché tragico; morto di stenti a pochi giorni dalla salvezza. Il signore in questione era il Dottor Giovanni Palatucci, l’ultimo Questore della città di Fiume prima che passasse sotto l’amministrazione Jugoslava alla fine della guerra e prendesse il nome di Rijeka (oggi in Croazia). Le righe che seguono sono il racconto, in sintesi, della sua incredibile e per decenni sconosciuta storia di “Giusto tra le Nazioni”, salvatore di centinaia di Ebrei e di altri gruppi etnici e sociali perseguitati dall’orrenda follia nazi-fascista.

Palatucci era un onesto e generoso uomo del Sud, nato a Montella (Av) nel 1909. Di famiglia alto borghese, dopo la laurea in giurisprudenza, ad una comoda carriera impiegatizia oppure all’esercizio della professione di Avvocato (com’era nella tradizione familiare), preferì l’azione, vincendo il concorso di Commissario di Pubblica Sicurezza. Al tempo, la Polizia di Stato dei giorni nostri, si chiamava Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza ed era costituita da ufficiali e guardie, tuttavia, i dirigenti della stessa, erano i funzionari di P.S., che avevano un ordinamento civile. Erano gli anni ’30 del secolo scorso, si era nel pieno del “Ventennio” ma Palatucci non aveva particolari simpatie per il regime fascista, per lui entrare in Polizia era un modo per aiutare la gente, per essere al servizio delle persone. Come prima destinazione fu assegnato alla Questura di Genova, tuttavia, sin dall’inizio, egli si dimostrò un poliziotto lontano dall’ordinaria amministrazione. Amava poco il burocratismo e, soprattutto, anche in forza della sua cultura e della sua grandissima preparazione giuridica, faceva sentire, anche con i diretti superiori, la sua voce. Naturalmente, al Ministero degli Interni dell’epoca, questa cosa piaceva poco e presto fu mandato, punitivamente, all’estrema frontiera, ad est, presso la città di Fiume. In realtà, quello che all’apparenza sembrava un “confino” per limitare l’eccessivo zelo di un poliziotto scomodo segnò, di fatto, l’inizio della sua immortale leggenda di funzionario “Giusto”, salvatore di tanti, tra Ebrei e perseguitati dal Nazi-Fascismo.

Era un uomo dotato di una forte idealità, aveva un alto senso del servizio. La sua dimensione etica era impastata nella lealtà, nel coraggio, nella dignità, nel senso del dovere, nella compassione e nella pietà filiale; tutti valori che sono pre-politici, ossia trascendono anche le epoche buie che un individuo può esser chiamato a vivere in un particolare momento storico. A tutto ciò, naturalmente, egli affiancava soprattutto una profonda fede cattolica. Era la sua fede a guidarlo in quei terribili anni facendolo operare, nel servizio, secondo empatia e discernimento.

Alla questura di Fiume giunse nel 1937, lì fu assegnato alla direzione dell’Ufficio Stranieri. Fiume era una delle città italiane con la comunità ebraica più numerosa e, c’è da dire che prima delle leggi razziali del 1938, l’integrazione di queste persone, sul territorio, era buona.

Fiume era anche il crocevia di mondi culturali diversi. Prima dell’orrore connesso alla Shoah, era una città aperta e cosmopolita, ove il mondo slavo, germanico e latino coesistevano secondo il vecchio modello della Mitteleuropa asburgica.

Quando nel settembre del ’38, furono introdotte in Italia, le leggi razziali, le cose cambiarono tristemente. L’ufficio stranieri delle Questure, di fatto, diventava il centro di persecuzione degli ebrei e, un uomo coscienzioso come Palatucci non poteva restare inerte innanzi ad ordini così aberranti. Ben presto capì che l’unico sistema che aveva per aiutare gli Ebrei (ma anche gli altri gruppi etnici e sociali perseguitati) non era quello di dimettersi o rifiutare i suoi incarichi di pubblico funzionario, bensì essere d’aiuto agli stessi dall’interno. In altri termini, nell’esercizio delle sue funzioni salvava persone che per ordine avrebbe dovuto perseguire. Era un lavoro pericolosissimo per la sua incolumità, poiché doveva operare sottotraccia, stando attento sia ai colleghi fanatici, convinti fascisti antisemiti che alle spie dell’OVRA e della GESTAPO i cui tentacoli arrivavano ovunque.

In città, sia il Prefetto che il Questore, quindi diretti superiori di Palatucci, erano zelanti antisemiti e convinti fascisti. Come poteva muoversi, allora, un giovane Commissario di P.S. sia pur a capo di un importante ufficio, per salvare il più possibile i perseguitati? Diciamo che la sua grandezza stava nell’eludere quelle leggi aberranti anziché applicarle. Con alcuni fidati collaboratori si prodigò nel fornire false documentazioni, permessi di soggiorno ad hoc, tutto ciò che era utile, insomma, per salvare ogni potenziale vittima.

Per il regime fascista, nel 1938-39, la priorità era quella di non avere più Ebrei in Italia nel più breve tempo possibile. Quindi bisognava favorirne le espulsioni. Un fine abietto, ma che comunque rappresentava un male inferiore rispetto alle mire dei nazisti che sin dai primi anni prospettavano l’orrore dell’internamento nei campi di sterminio, asse portante della “soluzione finale”, ossia il Male Assoluto. In questo spazio di competenza, il Commissario Palatucci realizzò quella che, da ciò che ne sappiamo oggi, è stata la sua azione più grande in termini di Ebrei salvati.

La città di Fiume, andava sempre più trasformandosi nel “canale fiumano”; ossia divenne il viatico in cui i tanti Ebrei e le altre etnie perseguitate, tentavano di imbarcarsi per sfuggire alla nuova orrenda Europa di Hitler (marzo 1939). In questo periodo Palatucci, in collaborazione con le autorità portuali di Trieste, riuscì a far imbarcare circa 800 Ebrei su una nave (la “Ghiazzoni”, un’imbarcazione inizialmente inadeguata a fare quel tipo di viaggio, ma messa nelle condizioni di salpare in un tempo record) diretta nella Palestina Mandatoria di allora (l’attuale Stato d’Israele). Se questi circa 800 Ebrei fossero finiti nelle mani dei tedeschi, ovviamente, sarebbero andati incontro a morte certa.

Negli anni successivi Palatucci continuò nella sua azione d’aiuto nei confronti dei perseguitati. Man mano che si andava avanti il regime fascista, nella persecuzione degli Ebrei, si omologava all’orrore del Terzo Reich. In particolare, quando nel 1941, la Wehrmacht occupò la vicina Jugoslavia, Fiume fu invasa da profughi in fuga dallo sterminio.

Campi di detenzione (il regime fascista li definiva campi di accoglienza) ve ne erano anche sul territorio italiano; ovviamente non erano paragonabili ai campi di sterminio nazisti ma erano comunque campi di concentramento. Molti di questi profughi catturati, il Commissario riuscì a farli portare al campo di detenzione di Campagna, in provincia di Salerno. In questo campo, le condizioni erano certamente più umane rispetto ad altre strutture nazionali, inoltre, la Diocesi di quel territorio, era retta dal Vescovo Mons. Giuseppe Maria Palatucci, una grande figura Episcopale (e zio dello stesso Giovanni), anch’egli costantemente impegnato nel sostegno degli Ebrei perseguitati. Quest’ultimo, faceva continuamente sentire la sua presenza di uomo di Chiesa su quel territorio, operando concretamente nell’aiuto dei bisognosi. Questo fu un ulteriore stratagemma per salvare più Ebrei possibili. A Campagna si fece in modo che queste persone non fossero smistate in strutture dove sarebbero andate incontro a morte certa. In quella struttura del Salernitano il regime di vita era, tutto sommato, tollerabile.

Dopo l’8 settembre ’43 e la firma del celebre Armistizio, l’Italia fu occupata dalla Wehrmacht (che, naturalmente, si portava dietro la GESTAPO e le SS dedite ai più efferati e tristemente noti crimini) . Il 14 settembre le truppe tedesche entrarono anche a Fiume, tuttavia, il Commissario Palatucci, continuò nella sua azione salvifica nei limiti del possibile in favore di tutti i perseguitati del Reich. In questo senso, i pericoli per la sua vita, andavano ad aumentare in maniera esponenziale.

In seguito all’invasione, la Questura di Fiume era totalmente nelle mani dei tedeschi con tutto ciò che ne poteva conseguire. I poliziotti erano stati disarmati e i loro automezzi requisiti. Palatucci divenne nel ’44 prima Vice Questore Vicario e poi Questore di Fiume. Ma era una carica fittizia poiché i poteri erano tutti nelle mani delle truppe del Reich e, di fatto, quella di Fiume era una Questura “fantasma”.

Lui continuò la sua opera clandestina in favore degli Ebrei, ma ormai poteva fare ben poco. Negli ultimi anni il funzionario si prodigò anche per l’autonomia di Fiume. Si era aggrappato ai movimenti indipendentisti fiumani, prendendo contatti con la Resistenza e cercando di far arrivare agli Alleati dei documenti di una certa importanza strategica. Quindi la sua posizione era sempre più al limite. Nel settembre del ’44 la Gestapo, con l’aiuto di spie fasciste, che non avevano mai visto di buon occhio questo poliziotto come un loro sostenitore, intercettò alcuni di questi documenti e, di conseguenza, procedette all’arresto di Palatucci. Arrestato e deportato a Dachau, come detto, vi trovò la morte pochi mesi dopo. L’arresto e la condanna del Questore Palatucci furono promossi dal Tenente Colonnello SS Herbert Kappler in persona, una nefasta figura orridamente “celebre” in Italia anche per altri eccidi.

Nel nostro paese, la storia di Giovanni Palatucci si conobbe solo nel 1990, quando lo Sato di Israele (nello specifico lo Yad Vashem che rappresenta il memoriale ufficiale di Israele ed ha il compito di conferire questa altissima onorificenza a tutti quei non Ebrei che, durante lo sterminio, agirono con eroismo e a rischio della propria vita, per salvare anche un solo Ebreo) gli concesse la massima onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”. Presso la Repubblica Italiana, dal 1995, è Medaglia d’oro al merito civile.

“La sua storia deve essere monito ed esempio. Era un uomo che ha guardato solo al prossimo, al proprio simile e per lui ha pagato con la vita”. Questo è quanto dichiarò, anni fa, Padre Gianfranco Zuncheddu, cappellano della Polizia di Stato e tra i curatori della Postulazione (Postulatore è l’ecclesiastico che opera nelle cause di beatificazione e di canonizzazione presso la S. Sede) di Palatucci.

Le parole di Padre Zuncheddu sono, naturalmente, condivisibili: Palatucci sapeva di andare incontro ad una morte certa, tuttavia, se fosse stato complice di quella orrenda persecuzione, avrebbe perso più della vita; avrebbe dovuto rinunciare alla propria anima. Per tutti questi motivi, dal 2004, presso la Chiesa cattolica, è Servus Dei.

Nell’ultimo decennio, alcune ricerche storiche portate avanti, sia in Italia che in Israele, avanzano dei dubbi sul numero reale degli ebrei salvati; una cifra che se fosse confermata lo collocherebbe nella storia come un vero e proprio Schindler italiano. In realtà, nel suo caso, parlare di numeri non ha molto senso: in un’epoca terribile, probabilmente il punto più basso mai raggiunto dal genere umano, il poliziotto Palatucci mise continuamente a repentaglio la propria vita sino a perderla, per salvare gli Ebrei perseguitati. Vale per lui la celebre massima scritta del Talmud e resa ancor più celebre all’universo non ebraico dal film Schindler’s List: “Chi salva una vita, salva il mondo intero”.

ANTONIO PICOZZI (EQUIPE CARITAS DIOCESI TEANO-CALVI)

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