IL MUSEO CONTADINO DI TEANO: UNA STORIA DI CULTURA E VOLONTARIATO IN RICORDO DI “ZIA GIO’’

Il museo contadino di Teano, sito all’ingresso secondario del Municipio sidicino (al piano terra, ove si accede per gli uffici anagrafe – NDR), nacque da un’idea della Prof.ssa Giuseppina “Giò” Mastrostefano, conosciuta e stimata docente di lettere, venuta a mancare lo scorso anno. La storia di “Zia Giò” (era chiamata anche così, soprattutto negli ultimi anni da coloro che le erano più umanamente vicini), del suo lascito morale, spirituale e culturale è stata ascoltata, in questa circostanza, dai bimbi del progetto pedagogico diocesano Genitori e figli, un’icona della Sacra Famiglia, nell’occasione in visita didattica presso la sopraindicata struttura. “Ciceroni” di quest’incontro sono stati coloro i quali che di “Zia Giò” furono gli allievi prediletti: le maestre Elena Tranquillo e Sonia Ferraro e il sig. Peppino Vigliano (con Cecilia Berardi, Isidoro Croce, Mario Esposito, Vincenzina Lauretano, Mario Migliozzi, Anna Maria Molinaro, Giuseppe Morelli, Emiddio Scoglio, Michele Massimo Sorvillo, Elena Tella, Gemma Tizzano, Giuseppina Tranquillo, Raffaella Zanni e Alfonso Zeppa, fanno parte dell’associazione culturale “Matteo Guido Sperandeo Vescovo” da cui dipende, appunto, la gestione del museo). Elena, Sonia e Peppino sono gli eredi di “Giò” (insieme, ovviamente, agli altri componenti dell’ associazione culturale precedentemente indicata).  Loro si son fatti carico di custodire e tramandare il suo enorme lascito. Un lascito anche materiale, costituito dalla miriade di oggetti (gli oggetti, tutti raccolti con pazienza certosina, sono talmente tanti che servirebbe uno spazio maggiore per contenerli tutti) di un universo rurale che non esiste più, che la modernità frenetica sembra aver espulso sia dalla percezione che dal linguaggio. Eppure, come ha sottolineato Elena Tranquillo: “Il nostro territorio ha una indelebile radice contadina, indipendentemente da ciò che è venuto dopo. Abbiamo buttato via molte delle nostre vecchie cose senza accorgerci che stavamo buttando via il nostro passato, cioè noi stessi. Bisogna sapere chi siamo e da dove veniamo. Teano e i paesi limitrofi hanno una radicata vocazione contadina che non può e non deve essere cancellata”.   

Ovviamente, per Elena, Sonia e Peppino, il lascito di “Gio” si configura come un qualcosa che si colloca ben oltre il rinverdire la cultura georgico/rurale e la gestione del museo, bensì affonda le radici nel sempiterno messaggio pedagogico maestro/discente ed in quell’osmotico legame che gli alunni diventati adulti hanno nei confronti di un loro ex insegnante, la cui conoscenza e frequentazione ha avuto degli spenditi influssi che lo scorrere degli anni non ha consumato. Ha raccontato Sonia Ferraro: “Sono stata alunna di ‘Giò’ alle medie ed ho continuato a frequentarla fino agli ultimi giorni della sua vita. Era una persona speciale. Bravissima nelle sue discipline ma soprattutto innamorata degli altri. Anche a scuola la sua vita era destinata agli altri. Ricordo che nei temi d’italiano faceva in modo che noi riuscissimo ad estrinsecare tutte le nostre emozioni, a rendere manifeste quelle belle sublimando quelle brutte”.

Così ha continuato Sonia Ferraro: “Giuseppina Mastrostefano aveva un legame indissolubile con il mondo cattolico. Ricordo anche la sua spiccata predilezione per le canzoni sacre che spesso soleva canticchiare. Fu studiosa di Chiara Lubich (spesso nelle sue lezioni faceva riferimento al “dado dell’amore” di Chiara Lubich), allieva del compianto don Carlo Lambiase, e, grazie a lui si legò al Movimento dei Focolari (detto anche Opera di Maria, è un movimento laico che ha lo scopo di diffondere il Messaggio Evangelico in generale e, in particolare, dare un contributo all’unità familiare come insegnato da Gesù stesso nel Vangelo secondo Giovanni – NDR).  Il dare gratuito, non solo cose materiali, ovviamente, ma soprattutto tempo, ascolto e silenzio. Anche il silenzio è un dono, perché noi possiamo capire gli altri attraverso il silenzio. ‘Giò’ è stata e continua ad essere tutto ciò. La sua esistenza è emblema della letizia e della Carità cristiana.   Quando si congedò dall’insegnamento, con i soldi della liquidazione comprò una casetta rurale ad Ameglio (nei pressi di Marzano Appio – NDR), lì allestì un primo esperimento di ciò che poi si sarebbe trasformato nel museo contadino”.

Prendere visione del museo allestito da “Giò”, custodito e rimpinguato dai suoi “eredi”, è stata per i bimbi del progetto Genitori e figli, un’icona della Sacra Famiglia, una esperienza appassionante ed istruttiva. Rispetto alla realtà ipertecnologica che oggi hanno innanzi (che in molti casi  alimenta contenuti vacui e superflui), si sono resi conto del come il mondo contadino vivesse di cose essenziali. “Mai niente che sia di troppo”, sembra questo essere il messaggio di fondo che emerge agli occhi dei visitatori. Importante è anche l’idea di riciclo legata alla mentalità del mondo rurale (esempio di ciò, è stato un reperto di sapone fatto con le cotiche di maiale e un materasso riempito con foglie di pannocchie, tra le tante cose mostrate ai bimbi nell’occasione). Le pentole, i ferri da stiro a carbone, le tante foto (emblema vero e proprio di storia della tradizione rurale), il celebre letto (che per i contadini fungeva anche da dispensa), la mordecchia (o nasiera, che, collocata nelle narici, serviva per frenare gli animali da traino), sono solo alcuni degli oggetti che hanno solleticato l’interesse dei piccoli visitatori.

In quest’ottica, tuttavia, ogni spiegazione concettuale lascia il tempo che trova, per apprezzare e “vivere” il museo contadino, va visitato. Può piacerci oppure no ma la cultura contadina è un’esperienza radicata nel nostro inconscio collettivo.  Sintesi perfetta di questa considerazione, sono i versi (presenti su tutte le brochures illustrative del museo) del Prof. Salvatore Vigliano: “Ascolta … bambino mio il mio tempo era un altro tempo e il mio mondo era un altro mondo ma tu non dimenticare che quel tempo e quel mondo ti hanno permesso di nascere e di vivere … Non dimenticare, non dimenticare”.

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