IL SANTUARIO DI MONTE LUCNO: UNA “PERLA” SIDICINA TRA LE FRAZIONI DI CASALE E GLORIANI

PARTE PRIMA

Fino a qualche tempo fa, v’era una tendenza a “consumare” rapidamente le visite ai luoghi d’arte e storici; si cercavano mete prestigiose e frequentate, visitate con uno stile quasi “mordi e fuggi”, cosicché si potesse passare da un luogo all’altro velocemente, godendo appieno di quell’incredibile “museo a cielo aperto” ch’è l’intero nostro paese. Oggi le cose sono cambiate; la pandemia e le norme sanitarie ad essa connesse impongono scelte diverse. È preferibile, in questo senso, evitare i grandi agglomerati urbani, le grandi mete caratterizzate dalla spiccata pressione demografica. Fortunatamente, esiste ancora “un’Italia interna” ove sussistono piccoli paesi che offrono opportunità di grande impatto sul piano archeologico, architettonico, paesaggistico-naturale, poste in scenari in cui gli spazi sono sconfinati e il tempo si dilata oltremisura quasi a sparire dalla percezione.

Bisogna, in qualche modo, armarsi di sana pazienza e preferire delle scelte qualitative a scapito delle quantitative avendo come compagne di viaggio curiosità e serendipità (ossia la capacità di trovare e farsi sorprendere da ciò che non si stava cercando). Le righe che seguono altro non sono che un invito a visitare, in tempi più “felici”, ovviamente,  un “luogo minore” (perché poco conosciuto, tuttavia, come si vedrà, minore non è affatto) insito nell’entroterra della città di Teano (CE), incastonato come una gemma tra le Frazioni di Casale e Gloriani, due tra le tantissime “declinazioni” della città sidicina. Il santuario di Monte Lucno, o meglio, il santuario di S. Maria di Costantinopoli (Ex Monastero di San Salvatore O.S.B. VI° Sec. D.C.).

Quest’umile lavoro, va a configurarsi come un’indagine sulla struttura, calandosi nella sua storia religiosa ma anche civile, oscillando tra antropologia e tradizione popolare, sullo sfondo di un ambiente naturale caratterizzato da una geografia entusiasmante, tant’è che uno storico rigoroso come il compianto Prof. Claudio Cipriano, nella maggior parte dei frangenti di un’opera dedicata a questi luoghi, abbandonò il suo metodo di ricerca scientifica concedendosi, come vedremo nelle righe che seguono, ad un vero e proprio lirismo descrittivo. Del resto, spiegare concettualmente il Monte Lucno, l’antica strada romana “Mulara”, l’ambiente naturale circostante, non è semplice: possa il lettore, in qualche modo, esser invogliato da queste righe a recarvisi; ne gioverà il suo spirito, certamente. È un ambiente meritevole d’esser visitato, emblematico d’un tessuto rappresentativo di epoche diverse, di una cultura non solo religiosa, ribadiamo.

Sulla collina di Monte Lucno (Mons a Lux Noetis – “Monte della Luce di Notte”), un “ex” vulcano che fino al 400 D.C., con il suo cono eruttivo illuminava le notti di chi abitava quei luoghi, sorge il santuario dedicato alla Madonna di Costantinopoli. Nell’884  vi si rifugiarono i monaci Benedettini dell’Abbazia di Montecassino attaccata e distrutta dai Saraceni. Rifugiandosi dall’assalto saraceno, costoro portarono in Teano il celebre codice della Regola, scritta da S. Benedetto e, come sede, scelsero proprio il monastero di Monte Lucno che, ai tempi, era chiamato S. Salvatore (da Sidicina Aequora, Carlo Cipriano, Teano, 1993). Questo santuario è costruito in pietra di tufo e, fu eretto, appunto mille anni fa circa, dai monaci benedettini scacciati dal Monastero di Montecassino.

La celebre Regola dei Benedettini aveva alla base proprio la coltivazione del terreno intorno ai santuari. In quest’ottica bisogna dire che, al tempo, le abbazie non erano solo luoghi religiosi ma erano veri e propri motori dell’economica locale. Le case, le famiglie, la vita delle persone, ruotavano intorno all’abbazia. Il celebre motto benedettino “Ora et labora” segnò l’inizio dell’agricoltura moderna, ossia il passaggio che portò il lavoratore servo della gleba a divenire mezzadro.

Tutt’oggi, la zona circostante presenta diversi ulivi, castagni e querce secolari. Di fianco al santuario sorge una chiesetta, costruita diversi secoli dopo, dedicata alla Madonna di Costantinopoli; in essa è conservata, appunto una sua reliquia, molto probabilmente lasciata da alcuni monaci bizantini che furono ospiti del monastero tra il XIV°  e il XV° secolo. L’intero complesso (la chiesa e il santuario), infatti, intorno al 1500, ebbe una rifondazione ad opera dei Servi di Maria (o PP. Serviti), con l’attuale titolo di S. Maria di Costantinopoli (Sidicina Aequora cit.). Dopo questa ristrutturazione fu attivo sino al 1656, quando Teano fu colpita da una terribile epidemia di peste che ne decimò la popolazione.

Gli anni successivi, certamente, contribuiscono a collocare nel novero della leggenda questa struttura. Ripristinato nel 1704 da un nobile teanese, il quale tornò ad affidarlo ai Padri Serviti, nel 1811 fu soppresso in seguito alle leggi sull’abolizione dei monasteri e, sconsacrato, in quel periodo, fu sede di adunanze segrete della Carboneria teanese (Sidicina Aequora cit.). La “riconsacrazione” si ebbe solo nel 1862 e, la si deve al sacerdote Luigi Di Giacomo, fautore della Scuola Peripatetica, il quale soleva condurre i suoi allievi nell’arcadica quiete di questo meraviglioso colle. Padre Luigi De Giacomo, con i suoi allievi, lì celebrò la prima festa del giovedì in Albis (Sidicina Aequora cit.). Questa tradizione rivive ancora ai nostri giorni ed è parte integrante del patrimonio culturale, non solo religioso, di tutti quelle “declinazioni sidicine” (le cosiddette Frazioni di Teano) che costeggiano il santuario: durante la settimana in Albis gli abitanti dei paesi limitrofi si recano su questa collina (la cui altezza è di 338 s.l.m. e, sulle cartine è indicata anche come Monte S. Salvatore) in pellegrinaggio. Per i fedeli è tradizione il giovedì in Albis, percorrere il tratto dell’antica e mitica, per certi versi, strada romana “Mulara” (o Molara) che, “arrossendosi” (manifestando cioè, in quel tratto, la sua origine vulcanica) s’inerpica sino al santuario, incamminandosi nella processione di rito.

PARTE SECONDA

Così Claudio Cipriano raccontava l’approdo sul Monte Lucno nella sua trasposizione letteraria: “Saliamo lentamente per la “Mulara”, ormai del tutto occlusa dai rovi, dopo esserci dissetati con le ribollenti acque delle Caldarelle (tra Teano e il monte Lucno, immersa in una vallata, v’è una sorgente d’acqua minerale, ferruginosa, gli abitanti del posto la chiamano “L’Acqua Ferrata” – NDR) già meta estiva di tante generazioni.  Il sapore del ferro ed il frizzìo dell’anidride carbonica solleticano ancora le nostre lingue. Ci soffermiamo a rimirare gli enormi blocchi basaltici ai lati della strada (l’antica strada “Mulara”- NDR), mentre più su, un breve tratto di basato fa capolino a mezza costa del fosso che ora fiancheggia l’antico tracciato e ne segna l’attuale percorso” (Claudio Cipriano Sidicina Aequora cit.).

Alla sommità del colle ci si pone innanzi (continua Cipriano) un “fascinoso panorama che ammalia chi protende lo sguardo sulle ubertose terre della Campania Felice e, si eleva onusta di storia e di anni, la chiesa di S. Maria di Costantinopoli, con l’annesso, diruto monastero. Edificata, come di costume, su ruderi di epoca romana, così come, tra l’altro, ci testimonia una breve epigrafe sullo scalino d’ingresso, ebbe il primitivo titolo di S. Salvatore in un anno imprecisato dell’alto Medioevo” (Claudio Cipriano, Sidicina Aequora, cit.).

Queste poche righe ridondanti di prosa aulica rappresentano solo un “assaggio” dell’opera che il compianto letterato Claudio Cipriano dedicò a questi luoghi, tuttavia esse rendono l’idea dell’esperienza mistica che invade tutti quei visitatori dotati di una certa sensibilità d’animo nel momento in cui sono posti innanzi a tali scenari. Per cui lo scopo primario di questo articolo ove è impossibile e riassumere in toto la storia, ancor poco celebrata, del santuario di Monte Lucno e dell’incredibile scenario naturale i cui s’immerge, è quello di un invito a recarvisi (in tempi più felici, ovviamente, Quando l’emergenza pandemica sarà conclusa) come l’approdo ad uno dei pochi “altrove” (parafrasando il poeta Franco Arminio) rimasti nel nostro paese.   

(Antonio PICOZZI – equipe Caritas Diocesana)  

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