Il terremoto 40 anni dopo. La scossa da 1 minuto e 20 che cambiò l’Irpinia e il Paese

Quarant’anni fa, 23 novembre, ore 19.36, domenica. Una scossa lunga l’eternità di un minuto e venti secondi: 2.914 morti, 8.848 feriti, 280mila sfollati, sei paesi interamente rasi al suolo, altre decine gravemente danneggiati, 77mila case distrutte. Sono i numeri del terremoto di Campania e Basilicata – la più grave catastrofe dei tempi moderni in tutto il Mezzogiorno d’Italia, dopo il sisma di Messina, all’inizio del Novecento.

Sono diventati i numeri, oggi più che mai, di una tragedia antica, quasi di un altro mondo, e – certo – di un altro tempo, quello della pandemia, che non ha bisogno di smuovere pietre e accatastare rovine per intestarsi a proprio nome una grande sequela di lutti e, insieme, l’imposizione di un cambio di scena, nella vita quotidiana e nella cultura corrente, come mai s’era visto in passato. Anche nel ricordo di quei terribili attimi, il Covid, oggi, sembra accampare insondabili diritti: non può certo offuscarne la memoria, ma distorcerla forse sì, respingendola ancora di più nelle retrovie di una storia selettiva finanche nella schiera dei drammi che inevitabilmente produce.

Più di ogni altro, in un territorio nel quale più che eventi i sismi sono ricorrenze, il terremoto dell’Ottanta, a distanza di quattro decenni, si pone come lo spartiacque tra tragedie vecchie e nuove, quasi tra l’antico e il moderno, se si pensa al divario e alla diversità delle “armi di offesa”, la pietra scossa dalla collera della terra, e un microorganismo invisibile e subdolo, allevato nella cattività di una provetta. Velato dall’alone di mistero che ogni pandemia porta con sé – e questa più di ogni altra – anche il ricordo di una catastrofe che ha cambiato la storia di un’area non piccola del meridione d’Italia, ha bisogno di farsi largo, quasi di cercare un proprio diritto al ricordo.

Perché è vero che di quel meridione non esistono quasi più tracce, le ultime spazzate via proprio dal sussulto forte, quasi un rantolo da estremo respiro, di un lembo di terra, che solo di quel modo sembrava disporre, per segnalare al resto del mondo – ma anche alle aree urbane che, non lontano, si sviluppavano a valle – che i paesi dell’osso non erano un’invenzione letteraria uscita dalla penna di Guido Dorso, il grande meridionalista irpino. Si trattava, invece, della catena di abbandono che stringeva in una morsa il tratto appenninico più nascosto e dimenticato, quello della dorsale campano-lucano, segnato da nomi – Conza, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Teora, Laviano, Balvano, e altri posti – a stento segnalati sulle carte geografiche. Paesi appartati tra le quinte di paesaggi aspri, modellati dalla fatica e dalla lotta dell’uomo per la terra, più che dai profili austeri delle cime dei monti affacciate su valli che non si perdono mai lontano, come tenute a vista nel timore che aprano spazi fin troppo dilatati.

Anche per questo i soccorsi, quel giorno, ebbero il passo lento; nessuno conosceva quei luoghi, e tantomeno le strade per arrivarci. I ritardi furono anzi lo scandalo di una catastrofe che, in una manciata di secondi, aveva fatto scempio di una sorta di territorio di nessuno, tenuto al riparo dai circuiti della modernità e del progresso. «Fate presto» fu il grido d’ira di Sandro Pertini, il presidente di un Paese scosso, che appena quattro anni dopo il disastro del Friuli, prendeva atto che la fragilità del territorio sul quale viveva, lo condannava a una difficile e pericolosa convivenza.

( Angelo Scelzo – AVVENIRE)

Dal discorso di Papa Wojtyla a Balvano

Voi, carissimi, pregate con la vostra sofferenza. E spero, sono convinto, che voi pregate più di tanti altri che pregano, perché portate dinanzi al Signore questa vostra grandissima sofferenza, queste vostre vittime, specialmente le vittime rappresentate dai giovani, dai bambini, che sono morti nella chiesa. Vedo come soffre il vostro parroco: l’ho incontrato poco fa. Ecco tutto quanto posso dirvi in questo momento. Sono venuto per dirvi che vi sto vicino. Cristo ha detto all’apostolo Pietro: “Conferma i tuoi fratelli”. Non posso confermarvi con le mie forze umane, con le mie possibilità umane, ma posso confermarvi, nel senso che possiamo insieme trovare la forza di Gesù, nella nostra fede e nella nostra speranza, nella sua carità che è maggiore di tutte le sofferenze e anche della morte, perché anche con la morte questa sua carità ci apre la prospettiva della vita.

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