LA FUNZIONE DEL CENTRO ITALIANO FEMMINILE NELLA REALTA’ CONTEMPORANEA: INTERVISTA A ERIKA MONTEFORTE, PRESIDENTE DEL CIF DI TEANO (di Antonio Picozzi – equipe caritas diocesana

Il Centro Italiano Femminile (CIF) è una organizzazione costituita da donne cattoliche italiane. Nata nell’ormai lontano 1944, quest’associazione (insieme, ovviamente, a tanti altri soggetti collettivi presenti sul nostro territorio) s’inserisce, a pieno titolo, nella grande esperienza dell’associazionismo cattolico femminile voluto dal Pontefice Pio XII con il celebre invito “ Tua res agitur” (“Si tratta di cosa Tua”) rivolto alle donne affinché divenissero Soggetto di promozione, sul territorio, di principi sociali fondanti quali la solidarietà, la sussidiarietà e, soprattutto, l’uguaglianza.

Com’è nostro solito procedere, nell’approfondire l’operato delle istituzioni o, di semplici associazioni, che si occupano di promozione umana, istruzione, tutela dei diritti fondamentali, in altri termini, tutto ciò che riguarda la Cultura (qui da intendersi nella sua accezione più ampia: fornire conoscenze, valori e simboli che guidano ed orientano l’agire umano in ogni aspetto del suo cammino esistenziale), diamo spazio soprattutto a figure del nostro territorio.

Nell’occasione odierna, per comprendere al meglio la funzione del Centro Italiano Femminile, riflettere, di conseguenza, sulla situazione sociale del nostro Paese e, nello specifico, sulla situazione della donna, in questo periodo particolarmente difficile, abbiamo dato voce alla Dott.ssa Erika Monteforte, Presidente del CIF di Teano.

L’incontro, sul piano dei contenuti affrontati, è stato molto fruttuoso, soprattutto perché oltre alla testimonianza di un lungo impegno nel sociale, lei ha avuto modo di entrare nelle riflessioni proposte, con una grande competenza derivante dalla sua formazione. Infatti, Erika Monteforte è una psicologa abilitata, specialista nella psicoterapia dell’età evolutiva (nella sua pratica clinica utilizza soprattutto l’approccio cognitivo-comportamentale e sistemico-relazionale). Nei fenomeni umani, del resto, non c’è il rigido determinismo presente nelle cosiddette scienze “esatte”, ma questo, è tutt’altro che un vantaggio. Quando si affrontano determinati argomenti relativi a tematiche di grande impatto sociale, come quelli affrontati  nelle righe che seguono, oltre al senso d’umanità, all’empatia e alla sensibilità, la competenza è “una compagna di viaggio” dalla quale non si può prescindere.

INTERVISTA:

CI PUO’ DESCRIVERE, IN SINTESI, IL PERCORSO CHE L’HA PORTATA ALLA PRESIDENZA DEL CIF DI TEANO E QUALI SARANNO GLI SVILUPPI FUTURI CONNESSI A QUESTO SUO INCARICO?

Io mi sono iscritta al CIF nel 2012, come semplice socia.  Il mio percorso, all’interno dell’associazione, mi ha portata nel 2017 ad  essere  eletta come  Presidente; anticipo già, che nel 2021 termino il mio mandato e non ho intenzione di ricandidarmi. Quando sono entrata al CIF, nella sezione di Teano, ero la più giovane; successivamente, altre ragazze si sono iscritte e, quando  sono stata eletta Presidente, abbiamo cercato di coinvolgere altre giovani donne che, fortunatamente, negli anni hanno seguito il nostro esempio. Abbiamo cercato di creare un gruppetto di ragazze un po’ più giovani proprio per cercare di sensibilizzare, maggiormente, le giovani generazioni, inerentemente alle nostre attività sul territorio. Come detto, non ho intenzione di ricandidarmi, tuttavia intendo comunque rimanere “nell’orbita” del CIF come una semplice iscritta. I motivi di questa mia non ricandidatura sono dovuti al fatto che,  detenere questo tipo di carica, non è più conciliabile con lo svolgimento della mia professione, a cui tengo molto e che comunque è nella fase iniziale e quindi richiede un impegno in toto.  Diventa difficile conciliare le due cose. Quindi è soprattutto una questione di serietà verso tutte le altre socie del CIF di Teano  e verso il CIF stesso,  che ha una dimensione nazionale: è una carica a cui sono connesse tante responsabilità difficilmente conciliabili con la mia professione e, tutti gli impegni che essa richiede. Assentarmi eccessivamente per motivi di lavoro, lasciare tutto nelle mani delle socie o del Consiglio, non è corretto; preferisco farmi da parte e lasciare uno spazio maggiore a tutte quelle donne che il CIF (nella sezione di Teano) lo hanno visto nascere, per le quali rappresenta una parte integrante della loro vita e della loro storia personale.

CHE TIPO DI SERVIZI SVOLGE UN CIF E QUALI SONO LE SUE MODALITA’ DI AZIONE SUL TERRITORIO?

Il CIF, in realtà, ha un raggio d’azione molto ampio. Ci possiamo dedicare alla formazione, a questioni culturali di ampia natura come, ad esempio, i convegni, che abbiano come oggetto d’indagine svariate argomentazioni; che vanno dalla violenza di genere, un argomento “caldo” per così dire, di grande impatto sociale, così come alla “semplice” presentazione di un libro. Quando parlo di formazione, mi riferisco anche alla formazione professionale: il CIF organizza corsi di formazione professionale per aspiranti OSS e OSA, ad esempio, ma anche rivolti a formare mediatori familiari e collaboratori di strutture quali asili nido e case famiglia.  Sul nostro territorio, Il CIF di Caserta, gestisce anche una Scuola per puericultrici; un istituto ove io ho insegnato per cinque anni ed ho un ricordo meraviglioso di quella esperienza.

IN GENERALE, COME VALUTA LA SITUAZIONE SOCIALE DEL NOSTRO PAESE IN QUESTA FASE E DELLE DONNE IN PARTICOLARE?

In generale, non ho una visione ottimistica… Credo che ci sia una grande sfiducia, una grande disillusione. Penso che la maggior parte della popolazione sia molto stressata e profondamente ansiosa. Queste due condizioni “difficili”, sul piano psichico, portano a quel sentimento generale di sfiducia.  Sfiducia nei confronti di tanti aspetti della realtà; nelle istituzioni, nella politica e via dicendo. Tuttavia, Il problema più grande, credo sia proprio la sfiducia nei confronti degli altri, delle persone, dei nostri simili; ecco, questa penso sia la cosa più triste. In questo periodo, anche a causa dell’emergenza pandemica che da tanti mesi stiamo vivendo, questo “clima”, cupo, si è accentuato ancor di più. Oggi si parla tanto di distanziamento sociale ma non ci rendiamo conto di cosa significa, effettivamente, distanziamento sociale. Non è solo un distanziamento fisico ma è anche un distanziamento affettivo ed emotivo, e questo va ben oltre l’attuale emergenza legata alla pandemia. I modi di vivere al tempo del Covidsars19, la quarantena, la limitazione dei rapporti umani e via dicendo, tutte cose, ovviamente dettate dalla necessità, ma che ormai fanno parte del nostro inconscio collettivo e una volta terminato questo dramma sanitario non sarà facile liberarsene. Pensiamo ad una “sciocchezza”, quella della stretta di mano (una forma occidentale di rispetto, di partecipazione, di coinvolgimento nei confronti dell’altro); oggi siamo privati anche di questo gesto. Perdere questo semplice gesto, insieme a tante altre forme di comportamento acquisito, farà sì che noi arriveremo a perdere la cosa più importante: quello che ci mette in comunicazione con l’altro, con il Prossimo.

Per quanto concerne la donna, nella società di oggi, la situazione è ancor più drammatica. Poiché aldilà delle discriminazioni, che ancora oggi la donna è costretta a subire (di carattere sociale, economico, culturale), la donna si trova, forzatamente, a dover scegliere tra le legittime aspirazioni lavorative e la dimensione familiare; tra il suo innato bisogno biologico legato alla maternità e il desiderio di esprimersi professionalmente nella realtà ove è inserita. Sussiste, ancora, nel 2020, quello squallido pregiudizio per cui se sceglie la carriera, è una donna snaturata e una mamma snaturata che non vuole i figli, se, invece, sceglie di essere mamma, è una donna che non ha lo stesso valore nella società perché non lavora e, di conseguenza, non produce. Questa è una visione allucinante. (Sul piano personale, Erika si pone la domanda retorica – NDR): “Io sono mamma o psicologa? Avrò il diritto di essere tutte e due?” La maternità è un completamento fondamentale per la donna ma lo è anche il desiderio di avere un ruolo nella società; nessuno deve permettersi di porre le donne in una condizione di scelta forzata e limitante e, soprattutto, di giudicarle per le loro scelte.

CULTURA (DA INTENDERSI SOPRATTUTTO COME ISTRUZIONE) E FAMIGLIA SONO DUE PRINCIPI CARDINE INTORNO A CUI RUOTA IL VOSTRO IMPEGNO: QUALI SONO LE VOSTRE MODALITA’ DI PROMOZIONE SUL TERRITORIO DI QUESTI DUE ELEMENTI ESISTENZIALI DI FONDAMENTALE IMPORTANZA?

Per quanto riguarda la famiglia, il CIF, si occupa di mettere a disposizione delle strutture per supportarla in diversi modi; sul piano sociale, psicologico e materiale. Ci sono, nel nostro paese, strutture che accolgono persone e famiglie bisognose (come le case famiglia, ad esempio) a cui il CIF fa riferimento o che, addirittura, coopera nella loro realizzazione sul territorio. Si cerca, naturalmente, di supportare le famiglie nel miglior modo possibile, compatibilmente con un’utenza ampia. Il CIF può fare anche dei progetti ed accedere a fondi europei nella finalità di erogare questi servizi, ovviamente, in questa operatività, anche per la nostra associazione, bisogna mettere in conto la burocrazia nostrana e il confronto non semplice con la stessa. 

IL CIF SI BASA ESSENZIALMENTE SUL VOLONTARIATO: CHE SIGNIFICA, PER LEI, L’IMPEGNO IN ATTIVITA’ DI VOLONTARIATO?

Fare volontariato significa mettere se stessi con le proprie risorse emotive, soprattutto e poi professionali, al servizio degli altri, di chi ha più bisogno. Il volontariato, comunque, non deve essere un sacrificio, non deve configurarsi come un obbligo, deve essere un piacere. È una forma del dare amore al prossimo, in questo senso lo possiamo identificare come un intimo bisogno dell’anima.

Per quanto mi riguarda, Il volontariato è parte integrante della mia vita. Ho lavorato come volontaria con anziani, bambini e, tutt’oggi, in diverse occasioni, svolgo delle sedute con pazienti in maniera gratuita.  Diciamo che ogni tipo di categoria di volontariato che si sceglie di fare ti dà qualcosa. È un arricchimento per la persona.

COME SPIEGA IN TERMINI PSICOLOGICI E SOCIALI IL DRAMMA DELLA VIOLENZA CHE MOLTE DONNE, ANCORA OGGI, SONO COSTRETTE A SUBIRE?

La violenza è un atto lesivo nei confronti di un’altra persona che va, in qualche modo, a cercare di minarne l’integrità fisica, ma anche psicologica. Noi siamo portati ad intendere la violenza in senso soprattutto fisico, tuttavia, essa ha tante forme che le persone non conoscono. La violenza, ad esempio, può essere economica. Il fatto che il partner privi la donna di un accesso al bancomat o alla carta di credito o, le impedisca di mantenere un’occupazione, significa privare, la stessa, della sua indipendenza; lo scopo è sempre quello di esercitare un controllo coercitivo nei suoi confronti. È una questione di pretesa di controllo sulla donna.

Fare violenza psicologica, vuol dire, soprattutto, mettere in atto strategie non verbali, che constano nel ridicolizzare la donna in pubblico e in privato; anche negarle, in modo mirato, le risposte in un dialogo, è una forma di violenza psicologica. Tutte strategie subdole che vanno a minare l’autoefficacia, l’autodeterminazione e la fiducia in se stesse che le donne dovrebbero possedere. Violenza che si estende anche al privare la donna delle persone a lei più vicine (amici e parenti), in modo da depotenziarla sul piano affettivo-relazionale e renderla sempre di più controllabile.

Tutta questa strategia subdola di violenza psicologica messa in atto nei confronti di molte donne, si inserisce in quello che noi psicologi definiamo “il ciclo della violenza”, che ha diverse fasi. La prima fase è quella in cui l’uomo accumula una tensione; tensione che non sfocia subito in violenza fisica ma si alterna tra abuso e gratificazione. L’uomo prima abusa (tratta male la donna non necessariamente con violenza fisica), poi la tratta bene, creando un’alternanza bene/male in cui la donna si sente confusa e non riesce a dare un senso a ciò che accade o, se lo dà, non è il senso di ciò che realmente accade. In questa prima fase la violenza non è agita, ma ci sono i comportamenti non verbali, i quali, dovrebbero sempre essere considerati un campanello d’allarme. Tuttavia, l’elemento più importante di questa prima fase, è dato dalla difficoltà della donna nel dare senso a ciò che le accade, proprio perché l’uomo mistifica la realtà che le sta intorno in modo da portarla a pensare che tutte le sue paure e insicurezze siano solo il frutto della sua fantasia. Nella seconda fase c’è la violenza agita. Cioè l’uomo mette in atto la violenza vera e propria. La donna inizia a subire, cerca di difendersi come può ma non ci riesce. L’uomo a sua volta minimizza (frase tipica emblematica: “era solo uno schiaffo …”) il suo comportamento violento oppure esteriorizza la situazione (frasi tipiche emblematiche: “ero stanco …”, “non volevo farti del male …”). La terza fase è quella del pentimento dell’uomo. Egli si rende conto della sua violenza ed ha paura di perdere la sua compagna; quindi comincia una fase di illusoria “luna di miele”, ove lui assume tutti gli atteggiamenti da uomo “buono”. In questa fase la donna ritiene di averla avuta vinta, salvo poi ripartire nuovamente con la fase ciclica della violenza. È una continua alternanza di abuso e gratificazione. Non è una questione di dipendenza che la donna ha nei confronti dell’uomo violento ma di distorsioni cognitive. Per questo motivo la donna, il più delle volte, non denuncia oppure non lascia il compagno violento.

COSA PUO’ FARE CONCRETAMENTE UN CIF PER AIUTARE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA?

Il CIF, come qualunque tipo di associazione che abbia a cuore questa situazione, così come le istituzioni, fanno già tanto, in termini di informazione, sensibilizzazione e, ovviamente, repressione  da parte delle Forze dell’ordine e della Magistratura. In particolare, il CIF collabora con i centri antiviolenza e i con centri di ascolto, offrendo sostegno materiale e psicologico, come detto in precedenza. In generale, sarebbe sempre opportuno sensibilizzare e informare, a partire dalla Scuola primaria. Imparare sin da piccoli il rispetto per la donna, partendo, naturalmente, dalle donne del nucleo familiare. Un bambino formato in questo modo sarà un adulto rispettoso di tutte le altre donne. Non bisogna aver timore di affrontare questi argomenti già con i bambini; con il giusto tatto, naturalmente, ma questi temi vanno affrontati già durante la frequenza della Scuola primaria. Se interveniamo sui bambini e gli adolescenti possiamo avere qualche speranza, diversamente, poi diventa complicato far interiorizzare determinate norme comportamentali.

L’EMERGENZA SANITARIA LEGATA AL COVIDSARS19, IN PARTICOLARE, LA FASE DEL LOCKDOWN DEI MESI PASSATI, SEMBRA AVER ACUITO LE VIOLENZE DOMESTICHE SUBITE DALLE DONNE. QUESTO CERTAMENTE E’ STATO UN ULTERIORE CAMPANELLO D’ALLARME SUL PIANO SOCIALE. QUAL’ E’ LA SUA OPINIONE SULL’ARGOMENTO?

Tenendo presente il discorso che ho fatto in precedenza, relativo al ciclo della violenza, direi che la situazione è peggiorata proprio per questo: la convivenza forzata ha portato a ridurre i tempi di questo ciclo; di conseguenza, questi cicli si sono susseguiti un’infinità di volte. Pensate ai due mesi di lockdown, a donne costrette ad una convivenza forzata con uomini violenti …

Il lockdown, comunque, ha fatto sorgere problemi di tipo psicologico anche in famiglie “funzionanti”.  Problemi di ansia negli adulti ma anche nei bambini.  Molti bambini tutt’oggi alternano momenti di agitazione, aggressività e apatia, proprio a causa del dramma pandemico che stiamo vivendo e alle “chiusure” derivanti dallo stesso.

OGGI SI PARLA MOLTO, GIUSTAMENTE, DEI MIGRANTI E DELLA TRATTA DEGLI ESSERI UMANI, TUTTAVIA, MINORE ATTENZIONE MEDIATICA SEMBRANO AVERE LE DONNE SCHIAVE, COSTRETTE SUI MARCIAPIEDI IN BALIA DELLO SFRUTTAMENTO SESSUALE: COSA PENSA IN MERITO?

Anche in questo caso credo sia una questione culturale. Nel senso che si attribuisce una grande importanza mediatica al problema dei migranti perché adesso fa notizia, pensiamo all’implicazione politica nell’affrontare il problema.  La tratta delle donne è sottovalutata sul piano mediatico perché c’è un pregiudizio che va avanti da anni e anni tra molte persone comuni: la donna che si prostituisce non si vede come schiava ma è prostituta perché “è andata a cercarsela”, “perché è una scelta di vita”. Tralasciando, in questo assurdo ragionamento, le organizzazioni criminali, gli aguzzini, le illusioni e le false aspettative con cui molte ragazze di paesi in via di sviluppo sono fatte arrivare in Italia con la speranza di una vita migliore. Ancora oggi, per molti, “la donna da che mondo è mondo è sempre stata prostituta …” Si ha quasi la concezione che alla donna piaccia fare questo “lavoro”.

“LE DONNE SONO FORZA D’AMORE PER IL MONDO”: E’ UN PENSIERO ESPRESSO DA PAPA FRANCESCO QUALCHE TEMPO FA; UN SUO COMMENTO A QUESTO PENSIERO.

A me questa frase porta alla mente due immagini, iconiche, per certi versi. La prima è una donna che ha in braccio un bambino e lo guarda come se fosse la cosa più bella che avesse mai visto; con amore, con quel senso di protezione tipico di una madre. Un’immagine di un amore puro, trascendente. L’altra immagine è quella sorta agli onori della cronaca qualche anno fa (Erika fa riferimento alla poliziotta argentina che nell’estate 2018 fu fotografata mentre allattava la figlia di una donna arrestata – NDR): una poliziotta che allatta la figlia di una donna arrestata. Ecco, l’espressione del Papa, mi ha ricordato queste due immagini emblematiche della grandezza dell’amore materno.   Soprattutto la seconda immagine che io ho visualizzato, si pone come la testimonianza che la donna, effettivamente sa dare amore incondizionato a prescindere …

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