LA POVERTA’ AL FEMMINILE: UN FENOMENO IN AUMENTO

Di povertà al femminile nel nostro paese si parla poco, tuttavia è un fenomeno complesso e, purtroppo, in triste ascesa; per questo motivo è necessario un approfondimento che ne delimiti la dimensione sociale e strutturale (I dati presenti nelle righe che seguono, sono presi da un’inchiesta condotta dalla Consigliera di Parità della Provincia Autonoma di Bolzano Michela Morandini e, in parte pubblicata sulla rivista quadrimestrale della Caritas Diocesana Bolzano-Bressanone  nel marzo 2020).

Il primo problema quando si affronta questo tema spinoso e, ribadiamo, poco affrontato sul piano mediatico,  è riconducibile al fatto che, allo stato attuale, non abbiamo numeri certi sulla povertà femminile in Italia. Ad oggi, la povertà, viene rilevata solo a livello familiare e non individuale, quindi, non è possibile verificare la differenza, in termini numerici, tra povertà maschile e femminile.  Ad esempio, in una tipica famiglia italiana, dove il marito ha una retribuzione e la moglie no, il reddito familiare può anche essere dignitoso, tuttavia la donna non può gestire delle risorse proprie e, conseguentemente, vivere secondo indipendenza e autodeterminazione. In poche parole lei è povera, però questa cosa non risulterà da nessuna parte a causa delle ragioni sopraindicate. Questo è il principale motivo per cui nelle politiche sociali mirate al contrasto della  povertà, nel nostro paese, non si pone abbastanza l’accento sulla condizione femminile. È un problema ancora poco conosciuto.

 I motivi per i quali le donne hanno un rischio più elevato di povertà è la prima questione da porsi. Innanzitutto bisogna dire che tra le donne e gli uomini, ancora oggi, c’è un netto divario salariale, il cosiddetto  gender pay gap, ovvero il divario retributivo di genere. In molti casi, anche a parità di mansioni, le donne guadagnano meno dei loro colleghi maschi. Secondo una ricerca di Eurostat in Italia c’è un divario retributivo di genere del 43,7%.  Il divario retributivo di genere rappresenta, complessivamente, la differenza tra il salario annuale medio percepito dalle donne e dagli uomini.

Naturalmente, valutazioni di questo tipo, non tengono conto dei principali svantaggi presenti nella vita quotidiana della maggior parte delle donne. Quindi ad un’analisi quantitativa bisogna, imprescindibilmente, affiancarne un’altra qualitativa. In primis c’è la retribuzione oraria inferiore; meno ore di lavoro retribuito, minore tasso di occupazione a causa, principalmente, delle interruzioni di carriera per maternità. In Italia, un numero sempre più elevato di donne, lascia il lavoro per impossibilità di conciliarlo con la famiglia. Un dramma vero e proprio, acuito, soprattutto, dal fatto che questa impossibilità di conciliazione tra lavoro e famiglia, nei settori non sufficientemente garantiti, è causa di licenziamenti. Tra tutte, questa è la discriminazione più grave, proprio perché alla donna, in casi ancora molto frequenti, non è riconosciuto il suo valore (ma anche primato per certi versi) biologico nell’ambito lavorativo. In aggiunta, loro non solo sono discriminate sul posto di lavoro ma faticano anche ad entrare nel mercato del lavoro stesso, sempre a causa del dover forzatamente scegliere tra la dimensione familiare e le legittime aspirazioni professionali. 

Le donne sono state le più colpite dalla crisi economica. Una crisi in fase acuta da oltre un decennio, in un modello di sviluppo che da tempo immemore mostra pericolosi segni di usura, cresciuta  in maniera esponenziale soprattutto negli ultimi mesi a causa della pandemia. In questo scenario apocalittico a subire i tagli maggiori sono state le Strutture di Welfare che permettono di lavorare alle donne. E’ un circolo vizioso che ha conseguenze gravi  anche per i loro figli. Infatti, da un’analisi dell’ISTAT sulla povertà in Italia, emerge che la povertà nelle famiglie monogenitoriali è più diffusa rispetto alla media. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne (Michela Morandini cit.).

Per quanto concerne le  soluzioni, c’è da dire che  le politiche sociali mirate al contrasto della povertà femminile nel nostro paese scarseggiano.  Al G7 Pari Opportunità del 2017, L’ Action Aid (l’organizzazione internazionale che si occupa del contrasto a povertà e ingiustizia), ha chiesto l’elaborazione di un insieme di strategie secondo lo schema a “pacchetto”, funzionali a ridurre progressivamente la condizione di povertà femminile. In questo documento programmatico, in primo luogo è stato chiesto di rilevare in maniera certa, con dati ufficiali, le differenze tra la povertà maschile e femminile. Oltre a ciò, è stato chiesto un rafforzamento (Empowerment, nel linguaggio tipico dell’ Economia) della presenza femminile nei settori economici e produttivi, mirato a facilitare un’equa ripartizione tra personale maschile e femminile. Sempre al G7 delle Pari Opportunità (che, ricordiamo, si svolse il 15 e 16 novembre 2017 a Taormina), di fondamentale importanza fu anche la richiesta di azioni educative nelle scuole, finalizzate al superamento degli stereotipi di genere e modificare, quindi, tutte quelle convinzioni sui ruoli di genere in società, riconosciuti come causa culturale della violenza sulle donne anche sul piano economico.  Infatti, come abbiamo più volte ricordato in altri articoli, la violenza sulle donne non è soltanto fisica ma ha tante declinazioni e, tra queste, vi è anche quella economica.

In Italia, i dati pre-Covid (e, ripetiamo, la pandemia ha drasticamente “rimescolato le carte” anche in questa situazione già di per sé drammatica), ponevano l’occupazione femminile solo al 48,9% inoltre, a separare le donne dalla loro controparte maschile c’erano addirittura 20 punti percentuali. Per quanto riguarda il già citato gap di retribuzione, la stima attuale ci dice che le donne guadagnino il 5% in meno rispetto agli uomini (Fonte: ISTAT).

ANTONIO PICOZZI (EQUIPE CARITAS DIOCESI TEANO-CALVI)

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