LA SAPIENZA DI UN SARTO: INTERVISTA A GINO LOFFREDO (di Antonio Picozzi – equipe Caritas diocesana)

Il sarto, verrebbe da dire, è uno di quei mestieri che non passa mai di moda. In realtà, aldilà delle facili definizioni, è un mestiere impregnato di fascino e creatività ma che necessita anche di sacrificio, impegno e soprattutto un apprendistato molto lungo poiché tra i suoi requisiti il più importante è certamente una spiccata manualità da affinare in anni di pratica. Confezionare vestiti, lavorare sui modelli, adattarsi alle variegate richieste del cliente, sono ancora oggi i principi cardine del lavoro di sartoria.
Ovviamente, come tutti gli antichi mestieri, anche il sarto ha risentito molto degli effetti della globalizzazione e della consequenziale produzione di massa che da sempre privilegia la quantità e la rapida produzione in serie a scapito della qualità e del lavoro certosino. Per questo motivo oggigiorno è ancora più importante conoscere e raccontare le storie di coloro che resistono nella “trincea” del piccolo artigianato locale. Un piccolo universo fondato su radici ancestrali, che va dal ciabattino al tappezziere, dal falegname allo stagnaio, e, sarebbe arduo condensare in queste poche righe cartacee tutte le altre categorie professionali coinvolte; ciò che
veramente conta è ricordare sempre che queste donne e questi uomini, sono portatori di saperi che non vanno dispersi bensì custoditi e tramandati.
La storia che noi oggi in breve raccontiamo nasce tutta seguendo quest’ottica. È la storia di Gino Loffredo, detto “il Marchese”, sarto da oltre mezzo secolo e testimone di quella Teano che fu ma che ancora si mantiene viva e vitale. Oltreché di abilità professionali, Gino è una miniera di ricordi e aneddoti esposti da un’empatica umanità che ha voluto offrire a dei giovanissimi interlocutori, appartenenti a vari plessi dell’Istituto comprensivo “V.Laurenza”(facenti parte del progetto pedagogico della Caritas Diocesana Genitori e figli: un’icona della Sacra Famiglia), posti nell’ormai consueto ruolo di attenti e curiosissimi intervistatori.
INTERVISTA
1) Cosa ti piace e cosa ancora ti incuriosisce del tuo lavoro?
Diciamo che mi è sempre piaciuto …
2) A che età è iniziata la passione verso questo mestiere?
Avevo all’incirca otto anni. Erano altri tempi. Si iniziava a lavorare presto per evitare di finire in mezzo alla strada. Mio padre poi faceva il sarto, quindi in un certo senso il mio cammino era già prestabilito, tuttavia io ho sempre cercato una mia indipendenza, infatti, dopo poco tempo, ricordo che andai a lavorare in un’altra bottega. Già all’inizio era molto faticoso; terminavo il lavoro sempre nella tarda serata.
3) Ha lavorato sempre in questa bottega o è stato anche da qualche altra parte?
No, ho lavorato anche in altre botteghe. Lavoro qui da circa quarantacinque anni.
4) La stampa locale si è mai occupata del suo lavoro in passato?
No, mai.
5) Consiglierebbe ad un giovane di fare questo mestiere? Quali sono le difficoltà?
Certamente sì. Le difficoltà sono tante: Il taglio, la confezione, le varie prove, il prendere adeguatamente le misure. Tutte cose che richiedono abilità manuali ma anche una grande preparazione teorica; bisogna conoscere la matematica, le proporzioni soprattutto. Per fare un vestito completo occorrono minimo trecento pezzi da assemblare …
6) Fare questo lavoro è un’impresa faticosa o facile da svolgere?
È un’impresa faticosa … il lavoro necessita dalle dodici alle tredici ore giornaliere. In questo io sono fortunato poiché al mio fianco ho sempre avuto la preziosissima collaborazione di mia moglie (Nunzia, anche lei sarta – NDR). L’arte non regala nulla. Una volta durante le festività si lavorava anche di notte poiché si dovevano servire anche gli emigranti. Lavoravamo con una stoffa nera più dura del jeans detta “a’ pelle e riavl” … talmente dura che neanche il coltello riusciva a tagliarla.
7) Pensa che un suo familiare possa raccogliere la sua eredità professionale?
Per il momento direi proprio di no …
8) Da quanti anni svolge questa professione? Qual è la cosa che le piace di più
Da ben cinquantasei anni …
La cosa che più mi piace fare è cucire i vestiti per le donne, poiché richiede delle abilità maggiori rispetto alla clientela maschile e quindi anche la soddisfazione professionale aumenta.
9) Quanto tempo impiega per fare un vestito?
Ci vogliono come minimo due settimane lavorando in media dodici ore al giorno.
10) Cos’è il “drelland” e a cosa serve il “passamani”?
Il “drelland” è il punto lento. Quando si taglia un vestito abbiamo due pezzi di stoffa, uno sotto e uno sopra, il “drelland” è la copia del gesso sul lembo sottostante. I “passamani” sono dei punti che si danno ai lembi della stoffa per non farli sfilare.
11) A cosa serve la “mezza luna” da sartoria?
Serve ad aprire le cuciture, si usa soprattutto con i pantaloni.
(INTERVISTA REALIZZATA PRIMA DELLA CHIUSURA DELLE SCUOLE A CAUSA DELL’EMERGENZA SANITARIA – NDR)

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