LA VIOLENZA SULLE DONNE: UN MALE ENDEMICO DELLA NOSTRA SOCIETA’ (di Antonio Picozzi – equipe caritas diocesana)

Secondo un’indagine relativamente recente dell’ISTAT, la violenza sulle donne è una drammatica realtà che riguarda oltre 6 milioni e 743 mila donne. Dati così suddivisi: 5 milioni vittime di violenze sessuali; 3 milioni 961 mila hanno subìto violenze fisiche; 1 milione, all’incirca, ha subìto uno stupro o un tentativo di stupro (fonte: Istat.it Violenza – Rapporto 2019). E questa è solo la punta di un iceberg, poiché dal gennaio 2000 al dicembre 2019 le donne uccise in Italia sono state 3.230; di cui 2.335 in ambito familiare e 1.564 per mano del coniuge/ partner o ex partner (fonte: Rapporto Eures 2019 su femminicidio e violenza di genere). Un macabro “trend” purtroppo confermato anche nel 2020, visto che ad oggi, dall’inizio dell’anno, i femminicidi sono già 47 (fonte: https://femminicidioitalia.info/lista/2020).

Sono cifre da bollettino di guerra, di una guerra priva d’ogni senso (semmai anche la guerra convenzionale ne avesse uno…); numeri che lasciano nella psiche di qualsiasi persona dotata di un minimo senso di umanità, un fondo di disagio e malinconia impossibili da dissipare. Numeri che stimolano la nostra mente a prodursi in riflessioni continue e angosciose sul perché di questo male.

Al male, ovviamente, non bisogna né assuefarsi, né rassegnarsi. E’ giusto che i cittadini e le istituzioni combattano fianco a fianco affinché mai più un tale scempio possa ripetersi, tuttavia neanche questo nobile e, allo stesso tempo, naturale intento, è in grado di mitigare il dolore per queste morti. Niente potrà mai restituirci queste vite spezzate, il più delle volte da individui che erano loro accanto nella quotidianità. Mai più riavremo quella loro unicità, singolarità ed irripetibilità, caratteristiche peculiari d’ogni vita umana. Possiamo solo, laicamente, preservarne il ricordo e, in senso religioso, pregare per la loro anima.
Il sacrificio di queste donne, vittime della barbarie, dell’orrore, della follia omicida, non deve essere vano. Bisogna lottare, giorno dopo giorno, affinché il loro ricordo sia radice per un futuro scevro da ogni tipo di violenza. Ogni cittadino, consapevole di questa tragedia sociale, deve educarsi ad un desiderio incessante di frapporsi sia in senso fisico che ideale, tra la mano di chi compie questa violenza e la donna vittima. È una battaglia culturale, e le battaglie culturali non si vincono solo incrementando le sanzioni penali, con la politica legiferante, la magistratura e le forze di polizia, è necessario il contributo di tutti i cittadini.
Preponderante, in questo senso, è il contributo delle istituzioni educative, della scuola, soprattutto. Del resto, il modello educativo che consenta il riconoscimento della violenza di genere (in tutte le sue forme) e ne promuova il contrasto, è parte integrante della “mission” di tutti gli istituti d’istruzione nei loro diversi gradi. Non sarebbe male, comunque, incrementare qualche altro intervento nelle scuole; magari promuovendo incontri e seminari (svolti periodicamente) con il supporto di figure professionali specializzate in materia, con lo scopo di far da guida agli studenti in età adolescenziale (ma anche preadolescenziale) su come stabilire dei rapporti di coppia corretti, paritari e, rispettosi del partner.
Soprattutto perché, purtroppo, una parte ingente dei casi di violenza di genere, trae origine da dinamiche di coppia squilibrate, ove l’aggressività, il senso di frustrazione e il desiderio di prevaricazione del partner porta alle vessazioni e ai maltrattamenti che possono essere di natura fisica e psicologica.
Negli istituti d’istruzione dell’Europa del Nord, ad esempio, già diversi anni fa, fu introdotta l’innovativa disciplina dell’Educazione Sentimentale (un esperimento che potrebbe portare anche da noi risultati fruttuosi ).

Inerentemente ai femminicidi, come anticipato in precedenza, le sanzioni penali, la continua legiferazione a Tutela delle donne, l’azione della magistratura e delle forze di polizia, sono elementi di fondamentale importanza ma non sono sufficienti se ad essi non si affianca un supporto di carattere culturale, etico e morale. Gli assassini provengono soprattutto dall’ambito familiare; sono mariti, partner o ex partner. Il movente, in questi casi, la cronaca lo definisce “passionale”, termine piuttosto approssimativo per indicare la gelosia e il “possesso”, indice di una mente patogena atta a considerare una persona come proprietà materiale.

Spesso il loro crimine si conclude con un’azione da “cupio dissolvi”, ovvero dopo aver ucciso la propria vittima, si suicidano. Come facilmente intuibile, è proprio in queste situazioni che l’aspetto repressivo penale si caratterizza come non sufficiente. Sotto certi aspetti, il loro suicidio potrebbe configurarsi come una sorta di disperato tentativo di autoassolversi per il delitto commesso, tuttavia, anche in questo caso, a questi assassini, non va concessa alcuna attenuante morale: del loro crimine saranno chiamati a rispondere innanzi a Dio e alla Storia.
L’omicidio è il reato più grave che un individuo può commettere (le sue diversificate declinazioni penali che vanno dall’aggravato, al preterintenzionale, colposo e via dicendo, non ne modificano la gravità ontologica), e, le tante donne uccise nel nostro paese (questo discorso è, ovviamente, estendibile anche ad altri paesi e ad altre culture ma sarebbe impossibile condensarlo in quest’articolo) meritano una riflessione ulteriore, dal carattere trascendente; oltre che un crimine contro la persona, il femminicidio è un crimine contro l’esistenza stessa intesa nella sua forma più alta. La donna è colei che procrea, che genera vita, non a caso la metafora che meglio la identifica (tema spesso ricorrente nella letteratura) è “albero della vita”.
Ma non ci sono solo le naturali ragioni biologiche a sottolineare questa sorta di primato esistenziale della donna, vi sono anche le ovvie ragioni antropologiche e culturali legate all’educazione, alla custodia della prole, al tradurre concretamente il concetto stesso di famiglia, elementi che hanno consentito al genere umano di perpetuarsi, ad oggi, dalla notte dei tempi. Meriti esistenziali, a cui, ovviamente, si aggiungono le grandi conquiste mondane, relativamente recenti, sul piano lavorativo e della partecipazione alla vita politica, ambiti in cui, hanno dimostrato il loro immenso valore. In questo senso, non v’è soggetto più meritevole di eterna dannazione come colui che uccide una donna.

La scelta metodologica, seguita nella stesura di quest’articolo, di mettere sullo stesso piano la violenza sulle donne in genere e il femminicidio, è riconducibile a questa considerazione fattuale: il femminicidio, il più delle volte, non deriva da un raptus estemporaneo ma è il culmine, il vertice di una escalation, di tante violenze che la donna è costretta a subire.

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