L’AMBASCIATORE LUCA ATTANASIO; LA MORTE DI UN SERVO LAICO DI DIO

Di certo non è semplice riavvolgere il nastro di una tragedia, quella della barbara uccisione di Luca Attanasio e dei suoi accompagnatori, il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, avvenuta alla fine dello scorso febbraio in Congo, ove l’ambasciatore da anni operava. La speranza è quella che la Magistratura italiana, unitamente alle autorità congolesi, ovviamente, possa far luce su questo delitto atroce e rendere una doverosa giustizia a dei servitori dello Stato caduti nell’esercizio delle loro funzioni.

Le righe che seguono, si configurano come un umile tributo, ad un uomo, Luca , che oltre ad essere un servitore dello Stato Italiano e del Congo, Paese in cui da anni era operativo e che, in qualche modo, rappresentava il suo Paese d’adozione, era anche, se non soprattutto, un Servo laico di Dio.   

“Il Signore dirà: da dove vieni Luca, fratello? E Luca risponderà: vengo da una terra dove si muore e non importa a nessuno, dove si può far soffrire senza motivo e senza chiedere scusa”.  Così parlò Sua Eminenza Rev.ma, Cardinale Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, alle esequie  di Luca Attanasio, svoltesi lo scorso 27  febbraio a Limbiate (MB), paese d’origine dell’ambasciatore (dopo il funerale di Stato, svoltosi a Roma) impostando l’omelia come un dialogo tra Luca, appena asceso al Cielo, e, il Signore.

“E Il Signore dirà: perché sei ferito? E lui risponderà: perché ci sono Paesi dove la speranza è proibita, dove l’impresa di aggiustare il mondo è dichiarata fallita”. Ha poi continuato l’Arcivescovo, nella celebrazione di un rito dall’immenso impatto emotivo. In altri termini, Sua Eminenza Delpini, ha divulgato anche quello che può esser considerato il testamento spirituale di Luca Attanasio. Ossia, deve essere ascoltata la sofferenza spirituale e materiale dei congolesi, e, per estensione, di tutti gli africani. Non bisogna consentire che l’indifferenza sociale corroda ancor più quelle realtà martoriate.

Questo tragico epilogo dell’esistenza terrena di Luca, ci consente, anche nel profondo dolore, di apprezzare la vita di un uomo generoso, sempre pronto ad aiutare il Prossimo; un funzionario che senza risparmio si è impegnato a sostenere i poveri e gli sfruttati di un Paese in enormi difficoltà.

Solo pochi giorni prima della sua orrenda uccisione, si era recato in visita a Bukavu, presso la Missione cattolica Saveriana. “Qui era di casa, veniva spesso da noi, era come un membro di famiglia, uno di noi; prima di andare incontro alla morte, ci ha portato gioia e speranza presentandoci i suoi ultimi progetti dedicati agli ultimi e ai bambini” (Padre Giovanni Magnaguagno, intervista a Vaticannews.it).  Queste sono le parole di Padre Giovanni Magnaguagno, un missionario saveriano, da tantissimi anni impegnato in Congo, che conosceva bene Luca Attanasio.

Non è semplice, condensare in poche righe l’impegno umano e istituzionale verso una realtà, quella centroafricana, cui il giovane diplomatico teneva moltissimo. Tenendo innanzi agli occhi la sua biografia, abbiamo scoperto che quest’uomo, è stato un “grande” in tutto ciò che ha fatto. Era profondamente legato al principio cristiano che il Bene si fa senza ostentazioni, e, la sua tragica fine, ci ha fatto scoprire, in questo senso, tutto il bene da lui compiuto in vita. Da funzionario che aveva abbracciato la causa di quei luoghi ove era stato incaricato di svolgere il proprio servizio, aveva compreso che la sua attività poteva essere anche un modo per restituire qualcosa agli africani, storicamente depredati dal vecchio e dal nuovo colonialismo; era sempre motivato da fini di solidarietà e giustizia. Egli incarnava, in qualche modo, lo Spirito Evangelico in una delle Sue dimensioni più nobili, ossia il dare voce a chi voce non ha.   Ricordiamo, in questa prospettiva, che è stato ucciso proprio mentre era impegnato in una collaborazione con il PAM (il Programma Alimentare Mondiale), ossia l’organizzazione umanitaria delle Nazioni Unite che si occupa dell’assistenza alimentare ed ha appunto lo scopo di combattere la fame nel mondo, migliorare le condizioni di pace in aree segnate dalla guerra e, principalmente, prevenire l’uso della fame come arma per promuovere guerre e conflitti (per questi traguardi, nel 2020, questa agenzia, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace).    

Oltre al suo senso del dovere rivolto all’aiuto dei deboli e degli sfruttati di quelle terre martoriate, ricordiamo l’amore che aveva per i bambini; nell’ultimo incontro avuto con Padre Mugnaguagno, a Bukavo, pochi giorni prima della sua orrenda uccisione, parlò con il missionario proprio di questo argomento: “Eravamo entusiasti, Luca ci ha raccontato che era riuscito, finalmente, ad ottenere dal governo congolese il nulla osta per l’adozione dei bambini da parte dell’Italia. Un successo. Poi ci ha annunciato che presto, a Goma, avrebbe fatto insediare un console stabile per tutte le nostre necessità. Prese anche l’impegno a rafforzare i finanziamenti per i bambini malnutriti e si stava dando molto da fare anche per quelli abbandonati. Era una persona molto buona, eccezionale, piena di ideali” (Padre Giovanni Magnaguagno, ibidem).

ANTONIO PICOZZI (EQUIPE CARITAS DIOCESI TEANO-CALVI)

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