L’ETA’ ADOLESCENZIALE: UNA COMPLESSA SFIDA EDUCATIVA (di Antonio Picozzi – equipe Caritas Diocesana)

In uno dei suoi aforismi più celebri, il romanziere statunitense Jack London definì l’adolescenza come “l’epoca in cui l’esperienza si conquista a morsi”. In effetti, essa si configura certamente come uno dei momenti più importanti dell’esistenza individuale, proprio perché è in questa fase della vita che si costruisce l’identità di una persona, ovvero il senso del proprio essere nel mondo. In termini più prosaici, rappresenta un passaggio fondamentale di preparazione alla vita adulta e, l’educatore/insegnante chiamato ad agire su soggetti “immersi” in tale stadio evolutivo, deve fare i conti con tutta una serie di problematiche derivanti dalla stessa.

Una identità forte è un requisito fondamentale per far fronte a tutte quelle sfide difficili a cui la contemporaneità ci pone innanzi. Indipendentemente dai successi e dagli obiettivi raggiunti, chi ha costruito un’identità forte, in età matura sarà in grado di fare un sereno bilancio della propria vita, accettando il proprio tempo vissuto nella sua unicità ed irripetibilità sia nei momenti “bui” che in quelli più felici. Diversamente, chi un’identità forte non è riuscito ad edificarla, può esser facile preda di rimpianti, rimorsi e, inevitabilmente, di disperazione.   

Tutto ciò accade proprio perché l’adolescente non è più bambino e ancora non è adulto. Si colloca in una strada “a metà”, lastricata da tutta una serie di sfide evolutive che è chiamato ad affrontare e, superare nella maniera più corretta possibile. Tra queste figurano le trasformazioni corporee, il confronto con i genitori, gli altri familiari ed i coetanei, le fasi dell’innamoramento e quindi il rapporto con il sesso opposto, la valutazione dell’autostima. Ognuna di queste “tappe” superate correttamente costituisce un “mattone” utile a costruire una solida identità.

Il vissuto dell’esperienza scolastica, in questo senso, incide profondamente in questa costruzione. Quando l’insegnante esprime una valutazione, nella mente dell’alunno si forma un’autovalutazione corrispondente, oscillante tra successo o fallimento, accettazione o diniego. Oggi si parla spesso dello squilibrio tra l’autorità dell’insegnante ed il potere ch’egli effettivamente esercita, del fatto che la società non gli attribuisca la giusta considerazione, o, lo releghi addirittura ad un ruolo marginale. In realtà, dare una valutazione sia pur soltanto didattica, ”etichettare” l’excursus di uno studente, ancor oggi rappresenta un potere formale di tutto rispetto, sacrosanto, ovviamente, ma che dà luogo nell’alunno ad una inevitabile impressione percettiva. Ogni educatore/insegnante, dovrebbe, qualsiasi sia la sua formazione, esser guidato dalla disponibilità pedagogica, poiché è solo e soltanto questa che gli consente d’inquadrare gli adolescenti come persone, allo stesso modo dotate di diritti uguali ma di bisogni differenti. È inoltre necessario tener sempre presente che la capacità di apprendimento cambia da individuo a individuo, non solo come intensità perché un soggetto apprende più velocemente di un altro, ma prima ancora come prospettiva perché ogni soggetto ha un tipo d’intelligenza diversa da un altro.

L’alunno/adolescente, come detto, è un individuo che sta passando un momento della vita particolare, per sua natura egli è incostante, incoerente, imprevedibile, ed è normale che sia così, proprio perché è una personalità in continua trasformazione che ha radici, oltreché sociali e culturali, soprattutto fisiologiche. Spesso, ragionando in quest’ottica, l’adolescenza si identifica con la pubertà. In realtà la fase puberale segna il passaggio fisiologico da bambino ad adulto (il corpo che si modifica, il cambiamento della voce, la maturazione dell’apparato riproduttivo, ecc.) mentre l’adolescenza segna un passaggio di status sociale tra bambino e adulto.

Sul piano comportamentale l’adolescente alterna dei momenti di intensa ricerca comunicativa ad altri di isolamento. Di solito è presente in lui una volontà di realizzare azioni che comunque risultano essere fuori dalle sue possibilità reali (e, il percepire questa sorta di “inettitudine”, alla lunga, può sfociare in un pericoloso  senso di frustrazione). È chiamato dalla propria condizione a cercare continuamente dei validi punti di riferimento e, soprattutto, dei modelli comportamentali. In questo senso, Il ruolo dell’educatore consta nel trovare un ruolo preferenziale di comunicazione. L’emarginazione è un male subdolo e strisciante. Educare significa avere una predisposizione assoluta alla tolleranza.

 Sperimentando e identificandosi, il ragazzo, in questo periodo manifesta una personalità ancora informe, dai tratti assai diversificati. Può essere educato in famiglia ma indisciplinato a scuola, nel più classico degli esempi. Principalmente alla famiglia spetta il compito difficile affinché il ragazzo raggiunga un proprio equilibrio. Il ciclo di vita familiare, ancor più dell’esperienza scolastica, risente di questa fase critica. Gli equilibri sussistenti nell’infanzia tendono a sfaldarsi: da un lato i genitori tendono a mantenere le regole preesistenti, dall’altro i figli cercano ora, dei rapporti reciproci, paritari, e, soprattutto egualitari. Purtroppo questo processo di emancipazione non segue percorsi lineari, anche tenendo presenti i mutamenti storici e culturali connessi alla modernità, le problematiche educative restano le stesse. L’adolescente, di norma, desidera e pretende dei privilegi che appartengono agli adulti e, allo stesso tempo, spesso cerca di sfuggire alle responsabilità date da questa condizione. Le figure genitoriali sono percepite come intrusive, e, il loro interessamento è visto come una fastidiosa “invasione” del loro ambito. Di contro, anche i genitori spesso oscillano tra la soddisfazione di un figlio ormai cresciuto, capace di ritagliarsi un proprio spazio e, la paura scaturente per questa nuova raggiunta autonomia. Di norma l’adolescenza dura tra i dodici e i diciannove anni, anche se negli ultimi decenni vari studi hanno posto l’accento sul protrarsi di questa fase, estendendola (nella dimensione tardoadolescenziale) alla soglia dei trenta, in molti casi. Sia in famiglia che a scuola, la chiarezza comunicativa è il fondamentale punto di partenza nell’affrontare queste sfide educative. Un tema ricorrente nella vita adolescenziale è certamente la “fame” di verità manifestata dai ragazzi. Ai genitori chiedono un aiuto (espresso nella maggior parte dei casi in maniera latente più che manifesta) per conoscere il mondo che li circonda, scevro però da ipocrisie. In questo senso chi educa deve utilizzare parole chiare e soprattutto comportamenti adeguati. Tornando alla realtà scolastica, bisogna tener presente che il paradigma di un educatore non si realizza solo in ciò che dice ma come agisce in relazione a ciò che insegna. Poi c’è da dire che sul piano intellettuale, in questa fase della vita si dovrebbe essere in grado di operare mediante il pensiero formale; il ragazzo, di norma, ha quindi acquisito anche la capacità critica, quindi oltreché veicolare conoscenze didattiche valutative bisogna affiancare ad esse una problematizzazione e contestualizzazione strumentale: è vero che nella triste realtà contemporanea non sempre la conoscenza migliora la condizione socio-economica né rende più felici ma ciò che bisogna cercare di trasmettere è che una continua educazione al sapere aiuta a migliorarsi e soprattutto ad accettare i tanti momenti difficili dell’esistenza. La cultura diviene, anche in questo stadio evolutivo, un intimo bisogno dell’anima.

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