PAPA FRANCESCO: “L’INVERNO DEMOGRAFICO METTE IL FUTURO IN PERICOLO”

“l’inverno demografico mette il futuro in pericolo”. Queste, tra le parole più significative dette dal Pontefice, molto preoccupato per il calo delle nascite in Italia, all’Angelus di domenica 7 febbraio, che, tra l’altro, è tornato a celebrare affacciandosi da piazza San Pietro dopo mesi di restrizioni a causa della pandemia.

Papa Francesco ha poi continuato in una più ampia riflessione, sottolineando che “prendersi cura degli altri è parte integrante della missione della Chiesa”. In questa prospettiva ha rivolto anche un pensiero ai migranti minori non accompagnati, al dramma che vivono, in particolare sulla rotta balcanica, ed ha anche espresso solidarietà al popolo di Myanmar, nei giorni scorsi teatro di un golpe militare.

La metafora “inverno demografico”, di cui si è servito il Sommo Pontefice per esprimere la Sua enorme preoccupazione per il brusco calo delle nascite degli ultimi anni, era stata utilizzata anche dal Censis, un paio di mesi fa, nel 54esimo Rapporto, redatto al termine del 2020. Infatti, quanto si dice in questo documento, suffraga, sul piano numerico, la preoccupazione del Papa inerente questo tema drammatico: “Nel 2019 i nati in Italia sono stati 420.170: 148.687 meno del 2009 (-26,1%); l’esito è un inverno demografico che progressivamente rimpicciolisce il paese” (54mo Rapporto Censis). In poche parole, come nascite, siamo al punto più basso dall’Unità d’Italia.

Inoltrandoci in quest’analisi sociale, scopriamo che nel quinquennio 2014-19 si è registrato oltre mezzo milione di abitanti in meno nel nostro paese e, il saldo naturale tra nascite e decessi, nel 2019, ha raggiunto il record negativo di -214.000 unità. In realtà, il rapporto del Censis, va anche oltre, sottolineando, altresì, il sacrificio delle donne nel diventare madri. In particolare il tasso di occupazione delle madri 25/54enni è del 57% mentre quello dei padri 25/84enni è dell’89,3%. Uno squilibrio drammatico di cui abbiamo parlato anche in tanti altri articoli dedicati, appunto, alla disparità di genere nel mondo del lavoro.

I numeri sopraelencati sono impietosi e non avrebbero tanto bisogno di commenti ulteriori, tuttavia, ci siano consentite alcune considerazioni.

Nel 2019 126.000 italiani (perlopiù under 40) si sono trasferiti all’estero; le ragioni sono riconducibili a carenze strutturali (assenza di asili nido se non a cifre poco accessibili, difficoltà burocratiche nell’accedere ai fondi sociali e via dicendo) del nostro paese e assenza di lavoro.

Assenza di lavoro, mancanza di strutture adeguate, precariato che si protrae per decenni. È inutile girarci attorno, la curva del calo demografico è direttamente proporzionale al calo della certezza del lavoro. Purtroppo, negli ultimi decenni, le scelte di una politica sempre più subalterna alle ragioni dell’economia hanno portato ad inquadrare il lavoratore sempre più sacrificabile in funzione del mercato. Chi fa un figlio deve quantomeno aver la certezza di dar allo stesso cibo, assistenza, condizioni di vita dignitose, cose che sempre più coppie giovani e meno giovani ritengono di non poter garantire. Anche su questo punto è inutile tergiversare; il modello lavorativo basato sul precariato e su una flessibilità che permangono per anni, nel nostro paese, dai giovani e relativamente giovani, a oggi non è stato introiettato.

Chi ha seguito attentamente Papa Francesco nel suo pontificato, oramai ottennale, sa che il Pontefice queste istanze le ha sempre portate avanti nella speranza che le scelte politiche vadano ad incanalarsi in un percorso di aiuto e sostegno soprattutto ai poveri, alle persone in difficoltà. Egli ha sempre rivolto il Suo messaggio affinché una società sempre più ingiusta e diseguale s’impregnasse di fratellanza e solidarietà.

“Il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione. Così come il lavoro in nero, anche il lavoro precario è immorale” (Papa Francesco, Messaggio inviato alle Settimane Sociali CEI, ottobre 2017).

“Il mio pensiero va anche ai disoccupati che cercano lavoro e non lo trovano, agli scoraggiati che non hanno più la forza di cercarlo, e ai sottoccupati, che lavorano solo qualche ora al mese senza riuscire a superare la soglia di povertà. A loro dico: non perdete la fiducia. Lo dico anche a chi vive nelle aree del Sud d’Italia più in difficoltà. La Chiesa opera per un’economia al servizio della persona, che riduce le disuguaglianze e ha come fine il lavoro per tutti” (Papa Francesco ibidem).

“La dignità e le tutele sono mortificate quando il lavoratore è considerato una riga di costo del bilancio, quando il grido degli scartati resta ignorato. A questa logica non sfuggono le pubbliche amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso senza tenere in conto la dignità del lavoro come pure la responsabilità ambientale e fiscale delle imprese. Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità” (Papa Francesco ibidem).

Così tuonava il Pontefice nel non lontano ottobre 2017 in un monito che ben si lega alle più recenti riflessioni dell’Angelus sopraindicate.

La speranza è quella che la politica possa udire queste istanze ma per far ciò deve uscire dalla sua ormai annosa subalternità ad un’economia che sempre più vive d’una ” vita propria”, ove la centralità dell’essere umano non sembra più esser tale.

ANTONIO PICOZZI (EQUIPE CARITAS DIOCESI TEANO-CALVI)

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