UNA GIORNATA TRA CALCIO E PEDAGOGIA (di Antonio Picozzi – equipe Caritas Diocesana)

Com’è noto ai più, il calcio è lo sport per eccellenza. Solo nel nostro paese durante la stagione agonistica cattura l’interesse di oltre trenta milioni di tifosi, le cui giornate si colorano di rosa o di nero a seconda del risultato della loro squadra del cuore. I calciatori professionisti sia per le loro doti tecniche ed atletiche ma anche, se non soprattutto, per il loro modus vivendi, paiono incarnare un ideale eroico e un modello di riferimento per le giovani generazioni. Nelle gesta dei grandi campioni s’infiammano e si identificano intere comunità. Tutt’oggi, dopo oltre un secolo, il gioco del calcio è un rito pagano costellato di eroi e miti in cui giovani e meno giovani hanno la voglia di identificarsi e, ad essi, affidano il compito di essere rappresentati in modo vincente.

Purtroppo i ricchissimi vertici di questo mondo, troppo spesso, hanno la tendenza a rimuovere queste semplicissime e risapute finalità pedagogiche connesse allo sport che rappresentano privilegiandone solo e soltanto il business (di contro, bisogna però considerare che il calcio oltre ad essere un fenomeno sociale che coinvolge milioni di persone è anche fra le prime cinque industrie del paese, e, i club professionistici, ogni anno nelle casse pubbliche versano somme ingenti in termini di contributi fiscali). Ecco che allora, in quest’ottica, diventa salutare frequentare quei campetti di periferia ove calciatori non professionisti giocano e si allenano avendo come finalità principalmente il divertimento e soprattutto la grande passione per questo sport, cresciuta in loro da piccoli e mai sopita anche in età adulta. Nel nostro territorio non mancano le squadre che lottano e competono nei campionati cosiddetti minori pur mantenendo quelle ritualità (allenamento fisico, preparazione tattica alla partita, analisi degli schemi di gioco, cameratismo da spogliatoio ecc.) che poco hanno da invidiare ai loro colleghi professionisti.

In questa nuova occasione, avendo lo scopo di far conoscere da vicino queste piccole realtà calcistiche (sempre oggetto, comunque, di interesse e ammirazione da parte dei ragazzi), noi componenti del progetto pedagogico di Caritas Italiana Genitori e figli: un’icona della Sacra Famiglia, abbiamo scelto come meta di una delle tante uscite didattiche di questi anni, la visita presso la struttura sportiva sita in via S. Antonio, sede della società U.S.“Zupo” di Teano. Qui i ragazzi hanno avuto modo di vivere da vicino la realtà della squadra sidicina; assistendo agli allenamenti sul campo, visitando lo spogliatoio e la stanza dei cimeli sportivi, ponendo anche svariate curiosità ad alcuni membri dello staff. Chiaramente, per la maggior parte di loro, i luoghi ove gli atleti sidicini si esibiscono erano già conosciuti, tuttavia, è stata una bella occasione per “respirare” il calcio da un punto di vista “istituzionale”.

Una società sportiva è un ente educativo a tutti gli effetti; non si occupa solo di tattica, tecnica ed atletica dei ragazzi. Essa è anche responsabile della loro formazione. Dal presidente al magazziniere passando per i dirigenti e l’allenatore, ognuno di loro è parte integrante dell’azione educativa mirata alla crescita dei ragazzi. La cultura calcistica non riguarda solo le competenze motorie (tecnica, tattica, coordinazione, ecc.) ma confluisce in tutta una serie di norme etiche e valoriali che vanno dal rispetto per l’avversario, dalla condivisione delle regole, incarnate dalla figura dell’arbitro, passando per tutti quei momenti di gioia, divertimento e un sano spirito agonistico. In altri termini, il rettangolo verde ancora oggi si configura come metafora della vita sociale.

Oltreché assistere (e partecipare, naturalmente) ad uno spettacolo allegro e socializzante, restando sempre nella metaforica dimensione del campo di gioco come palestra di vita, gli alunni hanno avuto anche l’opportunità di comprendere la differenza tra il semplice “giocare a pallone”, attività in cui chiunque può cimentarsi dando libero sfogo alle proprie energie, istinti ed emozioni, e, il vero gioco del calcio. Giocare a calcio, anche in una squadra che disputa un campionato non professionistico, significa seguire delle regole spesso forgiate in un rigido determinismo, fatto di impegno, abnegazione, rispetto di sé e dell’altro, lealtà, spirito di sacrificio; tutti principi cardine d’ogni vita sociale e scolastica.

(USCITA DIDATTICA SVOLTASI PRIMA DELLA CHIUSURA DELLE SCUOLE A CAUSA DELL’EMERGENZA SANITARIA – NDR)

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